A quasi 90 anni, Glauco Mauri ha sempre voglia di imparare

A quasi 90 anni, Glauco Mauri è uno dei grandi decani del teatro italiano e, insieme a Roberto Sturno, dal 5 al 17 è protagonista di un attesissimo “I fratelli Karamazov” all’Eliseo.

A 66 anni di distanza dalla prima volta, cosa è cambiato nel suo modo di approcciare a quest’opera?

Al di là di questa singola circostanza, direi, più in generale, che a quei tempi recitavo i miei personaggi, oggi invece li interpreto, cioè ci metto dentro il mio vissuto, tutta l’esperienza che ho accumulato fino ad ora. I Karamazov vanno interpretati innanzitutto con onestà, se si vuol fare un buon lavoro. Perché sono uno dei più grandi ritratti dell’uomo che sia mai stato tratteggiato e come dice Mítja nel libro: “Io e Satana siamo sempre in lotta. E il campo di battaglia è l’uomo”. Bisogna essere in grado di sapersi confrontare con emozioni completamente differenti e, nonostante questo, coesistenti, che vanno dalla meraviglia all’orrore. In questo, credo che il migliore di tutti insieme a Dostoevskij, sia stato Beckett.

Per lei che non è nuovo all’impresa, quanto è difficile adattare un romanzo dello scrittore russo per la scena?

Molto, è una tavolozza di “colori umani” praticamente infinita. Però è anche uno stimolo inesauribile, perché è stato un maestro di vita unico. Mi ha insegnato la cosa più importante che io abbia appreso: bisogna saper comprendersi e comprendere gli altri, prima di ogni altra cosa. E questo suo messaggio è quanto mai attuale, oggi. Dostoevskij aveva il grande merito di affascinare il suo lettore, ma anche di saper comunicare i grandi valori e di saper scandagliare come nessuno la nostra anima, interpretandone con sconvolgente puntualità e profondità i moti più profondi. Come avrebbe detto Brecht: “Tutte le arti contribuiscono all’arte più grande di tutte, quella di vivere”. E questo vale anche al teatro, che della vita deve sempre saper raccontare il bello e il brutto.

Da consumato attore di classici, quale crede sia la peculiarità che li ha resi tali e imprescindibili per il teatro di ogni epoca?

Io penso che sia soprattutto una questione di saper centrare gli interrogativi giusti, quelli che caratterizzano la vita degli uomini dalla loro comparsa sulla terra fino ad oggi. Pensiamo a Sofocle: 2000 anni ed è ancora irrinunciabile. Questo non vuol dire, naturalmente, che non si debba dare spazio alla produzione dei contemporanei. La tradizione, però, è sempre la migliore base per il futuro.

Quant’è cambiato il suo mestiere dal 1949 quando entrò all’Accademia di Arte Drammatica come studente?

Molto. A quei tempi c’era un approccio più emozionale, c’era meno “bisturi” nei confronti dei personaggi e dei testi. Ci si fidava maggiormente dell’istinto in scena, si faceva più spazio all’emozione (e io, quando lavoro ad una parte, parto sempre prima dall’emozione e solo in un secondo tempo passo ad una attitudine più analitica).

Tra i tanti ruoli del teatro con i quali ha avuto a che fare, qual è quello dal quale è rimasto più affascinato?

Probabilmente Macbeth. Però bisogna considerare una cosa molto importante e cioè che io non mi sono mai sentito davvero all’altezza dei grandi personaggi che ho recitato. Ho sempre pensato che potesse esserci modo di migliorarli e proprio la ricerca di questa modalità costituisce lo scopo della ricerca sul teatro che ancora oggi vado portando avanti.

Cosa consiglierebbe ad un giovane che sta cominciando oggi?

Di non barare, innanzitutto, e di tener sempre presente che per conoscere se stessi -e dunque per avere la migliore base possibile dalla quale partire per fare bene il proprio lavoro- è molto più importante uno sbaglio che la pretesa di ragione. Soltanto così si può sperare di fare bene il teatro, la cui missione ultima è quella di servire l’umanità con le risate e con le lacrime.

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