Carlo Buccirosso in scena è un uomo tutto di un pezzo

“Per questo spettacolo mi sono ispirato in parte ad un episodio di stupro realmente avvenuto qualche anno fa, per il quale, passati i termini di legge, il colpevole non è mai stato arrestato. Ho riflettuto su quanto, a volte, la nostra giustizia non funzioni e, partendo da questo presupposto, ho costruito una commedia nella quale si ride ma si riflette anche su un argomento molto scottante”.

Così Carlo Buccirosso ci ha presentato il suo Colpo di scena, alla Sala Umberto fino al 3 febbraio.

Il suo personaggio, un vicequestore, è un uomo tutto di un pezzo. Ne esistono ancora, secondo lei?

Assolutamente sì, anche se spesso hanno le mani legate. Ho sempre avuto molto rispetto per queste figure e mi ha molto intrigato portarne una sul palcoscenico.

Anche per smentire tutti quelli che, nonostante tutto, continuano a considerarla un caratterista comico?

Mi dispiace che ci sia qualcuno che possa pensare una cosa del genere. Non esiste un attore comico, drammatico, caratterista. Esiste solo un attore. Al di là dei premi e dei riconoscimenti che ho ottenuto fino ad ora, io sono letteralmente innamorato di quello che faccio. Nel corso della mia carriera ho rifiutato decine di parti che mi avrebbero probabilmente reso ricco, ma che mi avrebbero anche allontanato dall’idea che ho sempre avuto di questo mestiere. Sarà forse anche per questo che continuo a preferire il teatro al cinema e alla televisione.

Quanto dura il processo di creazione di una sua commedia, normalmente?

In generale, tra i 25-35 giorni. Per “Colpo di scena”, invece, ho impiegato quasi 2 mesi, perché la trama è estremamente elaborata e aveva bisogno di essere riveduta con attenzione in ogni suo dettaglio insieme alla compagnia, soprattutto considerando il, appunto, colpo di scena finale che la caratterizza. È stata una grande fatica, ma c’è anche la soddisfazione per aver messo su uno spettacolo che, dopo oltre 40 repliche, continua a crescere ogni sera.

Ha attinto da qualche fonte letteraria nella costruzione del suo Piscitelli?

No, assolutamente no. Anche se oggi il filone va per la maggiore, lo stimolo a crearlo mi è venuto da una mia precedente interpretazione, quella di “Ammore e malavita”  dei Manetti Bros, dove ero un boss della camorra. M’intrigava l’idea di stare dall’altra parte della barricata.

A proposito di cinema: dopo i grandi successi che sta ottenendo a teatro come drammaturgo e regista, non immagina mai di cimentarsi come autore anche  nella settima arte?

Certo, da morire! Sono anni che ci penso e ho avuto più di un’offerta, ma ancora non mi sento completamente pronto, credo di dover ancora capire bene il mezzo prima di buttarmi e di dover adattare ad esso la mia scrittura. Anche se in molti mi dicono che le mie opere hanno già un piglio molto cinematografico.

C’è un argomento preciso sul quale le piacerebbe scrivere in futuro?

Non posso sbottonarmi troppo perché qualcosa che bolle in pentola già c’è. In generale, però, credo che sarebbe molto bello poter lavorare di nuovo su un musical, ma non di stampo “classico” come si fanno in Italia. Qualcosa di più contemporaneo, di più effervescente. E che, soprattutto, consenta di poter parlare di temi attuali, recitando, cantando e facendo divertire.

Come attore, invece, ha qualche sogno nel cassetto da realizzare, a breve termine?

Mi piacerebbe lavorare in un cast  formato da attori italiani e da attori americani. E ho già una proposta in ballo che a maggio potrebbe concretizzarsi. Speriamo!

 

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