Enzo Iacchetti: alla Sala Umberto per un nuovo teatro-canzone

Questo spettacolo è nato dall’esigenza di aggiornare la tradizione del teatro-canzone in senso moderno e dal desiderio di dimostrare al pubblico che so cantare, oltre che recitare, come dimostrano le mie precedenti esperienze nel musical e i miei dischi.”

Con queste parole Enzo Iacchetti ci ha raccontato la genesi di Libera nos domine, dal 5 al 17 alla Sala Umberto.

Il titolo è ispirato all’omonima canzone di Guccini: come si rapporta alla tradizione cantautorale italiana?

Considero Francesco il più grande poeta italiano dell’ultimo secolo e la sua è una composizione meravigliosa, liberatoria, catartica. Per quanto riguarda i cantautori, amo quelli della mia generazione, anche se ne sono rimasti pochi.

Sul palco, parlando di attualità a 360°, tocca molti argomenti. Qual è quello che le sta più a cuore?

Direi la mancanza di contatto umano indotta dallo strapotere della rete in questi ultimi anni. Trovo terribile che si confonda l’amicizia con un like su facebook! Non voglio fare retorica, ma mi piace ricordare un senso dell’amicizia diverso, vissuto.

Lei che ha fatto tanta gavetta nei locali, cosa ne pensa del fatto che oggi per i comici conti solo la televisione?

Che poi non ci si può stupire se nel giro di un anno o due un ragazzo che magari ha buone qualità si bruci. I tempi di maturazione per un comico, ma per un attore in generale, direi, devono essere quelli giusti. Per me è stato importante arrivare al successo alla soglia dei 40 anni. Avevo alle spalle un’esperienza molto solida, maturata anche grazie agli errori, che mi ha aiutato a gestire la carriera e a fare le scelte giuste.

A proposito di televisione: cosa le ha dato, cosa le ha tolto?

Mi ha dato popolarità e sicurezza economica, non rimpiango di averne fatta tanta, anche se oggi sono molto concentrato sul teatro. Una cosa che mi rende particolarmente contento è quando le persone che mi hanno apprezzato per la mia lunga militanza a Striscia la Notizia vengono a vedermi a  teatro: succede spesso che rimangano favorevolmente impressionati da una mia prova sul palco e mi facciano dei complimenti. Quando la lunga esperienza accumulata in televisione e le simpatie del pubblico funzionano da “volano” per i miei spettacoli, sono molto contento.

Dopo 40 anni di carriera c’è qualcosa che ancora non le è riuscito di fare nel mondo dello spettacolo?

Sono sincero, mi sarebbe piaciuto fare molto più cinema di quello che ho fatto fino ad oggi. E credo che la caverei bene non soltanto in ruolo comici ma anche in ruoli drammatici. Pupi Avati ha chiamato praticamente tutti, a me invece… Purtroppo, il mondo della settima arte è un mondo difficile, bisogna dedicargli molto tempo, praticamente tutte le energie, e io non ne sono capace, mi piace cambiare, non stare fermo. Inoltre, per chi come me è di Milano, è ancora più difficile entrare in certi meccanismi perché è a Roma l’unica vera “scena” cinematografica nel nostro paese.

Lei che è un tifoso dell’Inter: che idea si è fatto del caso Icardi? E crede che la squadra ce la farà a centrare l’obiettivo Champions?

Io credo che l’ambiente del calcio sia, quasi sempre, popolato da ragazzini che vengono guidati da squali, innanzitutto. Non molti calciatori ragionano come dovrebbero ed è una cosa difficile da accettare quando si pensa che con quello che guadagnano si potrebbero risolvere i problemi di fame dell’Africa! Comunque, per quanto riguardo il caso Icardi, io credo che non sia facile farsi un’idea precisa, anche se penso che non abbia dimostrato un grandissimo attaccamento alla maglia nerazzurra. Staremo a vedere. Per la Champions, sono fiducioso: io dico che ce la faremo.

 

 

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