Il piacere della storia breve secondo Gianrico Carofiglio

Questa è l’extended version dell’intervista a Gianrico Carofiglio uscita oggi, 21 aprile 2016, su “Metro”.

 

Trenta racconti da tre pagine ciascuno per catturare in un lampo narrativo vite e verità di una moltitudine di personaggi. È la nuova scommessa di Gianrico Carofiglio, che con “Passeggeri Notturni” (Einaudi, pp 104, € 12,50) dimostra di sapersi trovare assolutamente a proprio agio anche nella shortest story.

Chi sono i passeggeri notturni del suo libro?

Sono uomini e donne che si incontrano nel cuore della notte e passano il tempo a raccontare e a raccontarsi per il puro piacere di farlo. Qualcosa di non molto lontano da quello che accade  in “Mille e una notte”, per dare una vaga idea.

È stato difficile lavorare in termini di assoluta sinteticità?

Io credo che il concetto di “restrizione”, inteso anche in senso di misura ristretta, aiuti molto chi deve creare, perché ti costringe a prestare maggiore attenzione tanto in termini di lingua che di stile. Inoltre sono convinto che l’essenzialità favorisca l’identificazione del lettore con il personaggio.

Quest’opera nasce da un progetto-disegno ben preciso?

No, anche perché il fatto di non conoscere bene l’oggetto della sua indagine pone lo scrittore in una condizione di ricerca molto più feconda e acuta.

Quindi il piacere della scrittura deve essere ricondotto tutto a una sorta di ricerca nel buio…

Certo, anche se ritengo che scrivere non sia affatto un atto così piacevole come tutti credono. Anzi, penso francamente che spesso sia una cosa terribile perché ti fa scontrare con molte paure. Lo ritengo un modo pericoloso di cercare il senso delle cose. Può essere paragonato a quello che fa il bambino che guarda spaventato sotto il letto. Mi sento molto più tranquillo e rilassato quando devo correggere o limare, piuttosto che quando devo creare. Cerco anche di prestare la massima attenzione a quelle frasi nelle quali mi sembra di “riconoscermi” più che in altre, perché credo che possano allontanare dall’obiettivo finale che uno si è posto nel momento in cui si è messo al lavoro su una storia. Molto spesso quando si scrive si tende ad una sorta di autocompiacimento di sé che può risultare pericoloso. Come diceva Simenon: “Il peggior nemico di uno scrittore è il suo ego”.

Pensa che a breve tornerà con una nuova avventura di Guido Guerrieri?

Sì, forse anche l’anno prossimo.

Quanto c’è di Gianrico Carifiglio in questo personaggio così amato?

Molto? Poco? Delle volte faccio fatica a capirlo. Si potrebbe anche dire che c’è molto Guido Guerrieri in Gianrico Carofiglio, anche perché siamo praticamente coetanei.Una cosa è certa: nei cinque romanzi che gli ho dedicato non lo descrivo mai. Lo faccio affinché il lettore possa immaginarlo, almeno in parte, così come vorrebbe che fosse. Credo che la grande magia della letteratura sia proprio quella di consentire al lettore di riempire gli spazi vuoti con la propria fantasia e “ricostruire” le storie e i personaggi secondo la propria sensibilità.

C’è la lezione di qualche autore in particolare che crede l’abbia influenzata particolarmente?

A livello di tecnica di scrittura direi Carver. Non lo amo alla follia come molti, ma quello che scrive è semplicemente perfetto. Come è perfetto e mi ha influenzato quello che ha scritto Calvino. Infine direi il noir americano, che amo particolarmente e che, in alcuni casi (Lawrence Block, potrebbe essere un esempio), è una macchina narrativa e stilistica inarrivabile

Le è costato molto abbandonare la magistratura?

Sì, ho pianto il giorno in cui mi sono dimesso. Si può fare il magistrato e lo scrittore di secondo lavoro, ma non viceversa.

 

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