Pesi leggeri nella Boxe. Un secolo e mezzo di storia

Categoria tra le più “classiche” e antiche nella storia del pugilato, i leggeri, nel corso di oltre un secolo e mezzo, hanno visto salire agli onori delle cronache atleti di grande levatura tecnica ed agonistica, alcuni dei quali considerati dagli esperti tra i migliori interpreti della noble art moderna.

Facendo un breve excursus tra i pionieri delle 135 libbre degli anni 1890-1915, meritano una segnalazione particolare Joe Gans, Jack McAuliffe, Battling Nelson e Freddie Welsh, primi campioni a godere di una certa fama, anche se i loro record, come è facile immaginare, sono stati spesso oggetto di discussione da parte degli storici a causa delle numerose difficoltà incontrate nel verificarne la piena attendibilità. Di assoluta e riconosciuta grandezza fu invece la stella di Benjamin Leiner, meglio noto come Benny Leonard, che conquistò il titolo nel maggio del 1917 sconfiggendo in nove tempi proprio Freddie Welsh e lo difese con successo, divenendo uno dei più celebrati beniamini dell’epoca, fino al 1925, anno in cui decise di ritirarsi per poi tornare a combattere, senza grossi acuti, dal 1931 al 1932. Ancor più grande fu il suo quasi immediato successore, l’italo-americano Tony Canzoneri, da molti ritenuto il più grande leggero all times e considerato, a buon diritto, uno dei migliori pugili di tutti i tempi. Conquistato l’alloro nel 1930 con un devastante ko alla prima ripresa ai danni di Al Singer, negli anni a seguire il boxeur di Slidell si misurò con tutti i più grandi della sua epoca, affrontando, tra gli altri, mostri sacri come Barney Ross (che lo sconfisse con due discutibili decisioni ai punti nel 1933), Lou Ambers (una vittoria ai punti nel 1935, due sconfitte, sempre ai punti, l’anno successivo e nel 1937) e Jimmy McLarnin (un successo per parte nel 1936) e conquistando anche la corona dei welter jr (primo pugile della storia ad essere campione in due categorie di peso differenti). La sua eccezionale carriera si chiuse nel 1939 con una sconfitta prima del limite, l’unica in 175 incontri, contro Al “Bummy” Davis.

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Se è giusto considerare Barney Ross un superleggero-welter naturale (rimandando, dunque, l’analisi del suo meraviglioso percorso sportivo ad un altro articolo), non si può certo evitare di soffermare la nostra attenzione sulla figura di Lou Ambers, che, nei circa nove anni di carriera professionistica, si guadagnò senza alcun dubbio un posto di riguardo nell’olimpo della categoria, disputando la bellezza di 109 incontri (davvero molti considerando che si ritirò non ancora ventottenne) e uscendo sconfitto in sole otto circostanze (a fronte di ben 94 vittorie). Divenuto campione nel già ricordato confronto con Canzoneri, Luigi Giuseppe D’Ambrosio, questo il suo vero nome, mantenne la cintura fino al 1938, quando fu sconfitto con decisione controversa dal leggendario Henry Armstrong, al quale, comunque, seppe imporsi (seppur con l’aiuto di ben cinque richiami ufficiali ai danni del pugile di Columbus) nel match di rivincita disputato l’anno successivo, prima di segnare definitivamente il passo al cospetto di Lew Jenkins, che lo sconfisse per fuori combattimento alla terza ripresa, dopo averlo atterrato quattro volte (risultato replicato pochi mesi più tardi, nel 1941, con un ko alla settima).

Anche gli anni Quaranta, pur non eguagliando fasti e interpreti del decennio precedente, videro l’ascesa al trono dei 61,237 chilogrammi di atleti di ottime capacità, tra i quali è necessario ricordare Beau Jack, Sammy Angott, Bob Montgomery, ma, soprattutto, Ike Williams, che si laureò campione prima per la versione NBA (ko alla seconda ripresa ai danni di Juan Zurita nel 1945) e poi assoluto due anni più tardi, mettendo fuori combattimento al sesto round proprio Bob Montgomery. Il pugile di Trenton mantenne lo scettro iridato fino al 1951 (risultato notevole se si pensa al fatto che, in quel particolare momento storico, si verificavano spesso casi di frode sportiva legati al mondo delle scommesse e della malavita, per i quali lo stesso Williams venne interrogato a più riprese dalle competenti autorità), quando venne costretto alla resa (ko alla quattordicesima) dal forte Jimmy Carter.

Negli anni Cinquanta, il migliore di tutti fu senza dubbio “Old Bones” Joe Brown, che detenne la corona, conquistata con una vittoria ai punti contro Wallace “Bud” Smith nel 1956, per quasi sei anni, prima di lasciarla nelle mani del fuoriclasse portoricano Carlos Ortiz, che lo detronizzò con decisione unanime in quindici tempi nel 1962. Spiace, però, sottolineare che, nell’arco della sua lunghissima carriera (durata fino alla veneranda età, pugilisticamente parlando, di quarantaquattro primavere!), il boxeur di New Orleans sia stato sconfitto in ben quarantadue circostanze (anche se la maggior parte degli insuccessi coincisero con l’ultima fase della sua attività).

Dopo aver conquistato il titolo nel già ricordato incontro con Joe Brown del 1962, Carlos Ortiz lo mantenne fino al 1968, anno in cui venne detronizzato da Carlos Teo Cruz con una vittoria per split decision in quel di Santo Domingo. Prima di quel match, soltanto Ismael Laguna fu in grado di interrompere per un breve periodo il suo lungo regno, anche se il pugile di Ponce vendicò la sconfitta del 1965 con due successi ai punti (sempre con la corona in palio) alla fine dello stesso anno e nel 1967. Per il resto, egli effettuò ben dieci difese vittoriose, sconfiggendo i migliori pari peso della sua epoca e affrontando gente del calibro di Gabriel “Flash” Elorde (sconfitto prima del limite alla quattordicesima), Nicolino “L’Intoccabile” Loche (pari in un match senza titoli) e il grande Ken Buchanan, che nel 1972 lo sconfisse per ko al sesto round mettendo fine alla sua carriera, durante la quale, è necessario ricordarlo, fu anche campione della divisione superiore, scettro che cedette nel 1961 al nostro Duilo Loi, il quale bissò il successo un anno più tardi con un chiaro verdetto ai punti (in precedenza, comunque, Ortiz aveva sconfitto l’idolo della folle milanesi in un incontro senza titolo).

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Il panamense Ismael Laguna, dal canto suo, dopo la prima, brevissima parentesi iridata già menzionata, seppe riconquistare i vertici della categoria nel marzo del 1970, sconfiggendo per interruzione alla nona ripresa il californiano Mando Ramos e riappropriandosi perentoriamente dei titoli WBA e WBC. Purtroppo per lui, anche questo secondo regno ebbe una durata brevissima, visto che già nel febbraio dello stesso anno “El Tigre Colonense” venne sconfitto, seppur con decisione non unanime, dal già ricordato Ken Buchanan, il quale seppe replicare il risultato un anno più tardi superandolo di nuovo in quindici tempi al Madison Square Garden di New York. Sulla strada del grande pugile scozzese, però, si affacciò, non più tardi di un anno dopo, una delle stelle più luminose che abbiano mai illuminato il firmamento del pugilato professionistico del secolo appena scorso: il 26 giugno del 1972, infatti, al termine di uno straordinario, intensissimo incontro conclusosi con un feroce ko al tredicesimo round (anche se Buchanan sostenne in più occasioni di essere stato messo fuori causa da un colpo irregolare), l’indimenticabile “Mano de Piedra” s’impossessò della corona, centrando la conquista del suo primo titolo mondiale. Uomo di eccezionale carisma e di mezzi atletici assolutamente fuori dalla norma (come testimonia in modo eloquente anche la durata della sua carriera, protrattasi per oltre trentatre anni!), il panamense si affermò come “padrone” indiscusso delle 165 libbre per quasi sette anni, abbandonando il titolo all’inizio del 1979, dopo averlo difeso (e riunificato, visto che il match con Buchanan, gli valse la con conquista della sola versione WBA), sempre vittoriosamente, in ben dodici occasioni e dopo essere stato sconfitto soltanto in una circostanza (tra l’altro in un match senza cintura in palio) da Esteban De Jesus, nel 1972. Passato nei welter, fu il primo pugile ad imporre uno stop a torso nudo a Ray Sugar Leonard, costringendolo alla resa al termine di quindici equilibratissimi rounds (a Montreal, il 20 giugno del 1980) e conquistando la fetta iridata della WBA. Dopo avergli restituito la corona cinque mesi più tardi, in un match passato alla storia non tanto per la bellezza della contesa quanto per la celebre battuta, “no mas”, “non voglio saperne più”, pronunciata pochi istanti prima dell’abbandono all’ottava ripresa, “Mano de Piedra” salì ulteriormente di peso, cercando di conquistare il terzo titolo mondiale tra i superwelter. L’impresa, dopo un primo tentativo fallito al cospetto di Wilfredo Benitez (sconfitta ai punti nel 1982), gli riuscì nel 1983, con una agevole affermazione ai danni di Davey Moore, sbaragliato all’ottava ripresa. Sempre nello stesso anno, è poi da registrare il primo, fallito assalto alla corona dei pesi medi, per la quale venne sconfitto di strettissima misura da Marvin Hagler. Tuttavia, il boxeur di Chorrillo riuscì comunque a centrarne la conquista circa sei anni dopo, sconfiggendo ai punti, in un incontro altamente spettacolare (e giustamente insignito del riconoscimento di match di più bello del 1989) Iran Barkley e arricchendo il suo già prezioso palmares del quarto titolo. A partire degli anni Novanta, nonostante l’avanzare dell’età e l’inevitabile calo fisico (che, va sottolineato, lo portò a disputare in alcune circostanze incontri non all’altezza della sua fama), egli cercò di realizzare anche il pokerissimo, cimentandosi in più occasioni al limite dei supermedi, venendo però superato, ancora una volta, da Ray Sugar Leonard (per la versione WBC, sempre nel 1989) e, in due circostanze, sia da Vinnie Pazienza (per la “fantomatica” sigla IBC) che da Hector “Macho” Camacho”, contro il quale nel 2001, a cinquanta primavere suonate, disputò l’ultimo incontro della sua lunga ed esaltante carriera.

Non fosse stato per la presenza e la forza di Duran, il già ricordato Esteban De Jesus avrebbe probabilmente potuto essere il miglior leggero degli anni Settanta (e non solo). Pugile di grandi potenzialità agonistiche e dal pugno pesante, riuscì comunque a conquistare la corona WBC di categoria, sconfiggendo ai punti nel 1976 Guts Ishimatsu e conservandola fino all’anno successivo, quando, nella “bella” con il grande fighter panamense fu costretto alla resa nel corso del dodicesimo round. Successivamente, tentò invano (come già era accaduto nel 1975 con Antonio Cervantes) la conquista dell’iride dei superleggeri, per la quale, nel 1980, venne sconfitto da Saoul Mamby nel suo ultimo match da professionista. Purtroppo il campione portoricano, qualche anno più tardi, contrasse il virus dell’Aids, decedendo, a soli trentasette anni di età, nel corso del 1989.

Già precedentemente “mondiale” tra i piuma e i superpiuma, Alexis Arguello salì sul trono (versione WBC) dei 61,237 chilogrammi il 20 giugno del 1981, a Londra, con una chiara vittoria ai punti ai danni dello scozzese Jim Watt. Pugile di eccezionali risorse tecniche ed atletiche, “El Flaco Esplosivo”lo difese con successo in quattro circostanze, togliendosi tra l’altro la soddisfazione di imporre il primo stop professionistico (un ko tecnico alla quattordicesima ripresa) al celebre italo-americano Ray “Boom Boom” Mancini, destinato l’anno seguente a conquistare l’altra fetta (quella WBA) della corona di categoria e, soprattutto, a diventare uno dei più acclamati beniamini nella storia recente delle dodici corde (anche se il suo prestigio subì un irreparabile tracollo in seguito alla duplice sconfitta inflittagli, proprio all’apice della fama, dall’ottimo Livingstone Bramble). Stanco anche di questo nuovo “dominio”, il bellicoso nicaraguense decise quindi di tentare la scalata al titolo WBA dei superleggeri, trovando però sulla sua strada i devastanti colpi del “falco” di Cincinnati Aaron Pryor, che, in due epiche battaglie a cavallo tra il 1982 e il 1983 (in particolare la prima, conclusasi con un sofferto quanto spettacolare ko tecnico alla quattordicesima ripresa), frustrò le sue ambizioni di impossessarsi della quarta iride e chiuse, di fatto, la sua fulgida avventura sportiva (anche se Arguello, come molti altri big del passato, tentò un ritorno sul ring, fortunatamente di brevissima durata, a metà degli anni Novanta).

Contrariamente a molte altre categorie, perlomeno questa è l’opinione di chi scrive, negli ultimi venti-venticinque anni i pesi leggeri hanno continuato a dimostrarsi una ribalta pugilistica di sicuro spessore, assicurando con costanza spettacoli di prim’ordine e regalando fama e prestigio ad un nutrito stuolo di atleti. Sempre rimanendo negli anni Ottanta, vanno rimarcate le affermazioni di grossi calibri quali Josè Luis Ramirez, Edwin Rosario e Hetor “Macho” Camacho (tutti in grado, tra l’altro, di conquistare corone anche in categorie di peso superiori), ma soprattutto di superbi campioni quali Julio Cesar Chavez e Pernell “Sweet Pea” Whitaker. Il primo, dopo aver sbaragliato la concorrenza per circa tre anni al limite dei superpiuma, s’impossessò del titolo WBA nel 1987 battendo per ko tecnico all’undicesima proprio Edwin Rosario, difendendola vittoriosamente contro Rodolfo Aguilar e strappando la cintura WBC al connazionale messicano Jose Luis Ramirez, prima di compiere il “salto” nei superleggeri, dove consacrò la sua eccelsa levatura a suon di vittorie e vittime illustri. Per quanto concerne, invece, l’elegantissimo brevilineo di Norfolk, dopo esser stato scippato a Parigi, nel 1998, da un ridicolo verdetto di sconfitta ai punti (prontamente vendicato nel successivo re-match) a favore del “solito” Ramirez , conquistò la corona IBF l’anno successivo con una cristallina affermazione in dodici tempi ai danni di Greg Haugen. Negli anni a seguire, infilando una serie inarrestabile di vittorie, il pugile americano riunificò anche le versioni WBC e WBA della corona, dimostrandosi ostacolo insuperabile per tutti i suoi sfidanti. Passato di categoria nel 1992 (titolo IBF conquistato contro Rafael Pineda), nel 1993 si stabilizzò tra i welter, conquistando la fetta Wbc al cospetto di James “Buddy” McGirt (in precedenza giustiziere del nostro Patrizio Oliva) e mantenendola fino all’aprile del 1997, quando venne superato ai punti dall’allora astro nascente Oscar De La Hoya. È necessario anche ricordare che Whitaker, nel 1995, si fregiò, abbandonandola immediatamente, anche della corona WBA dei superwelter, in seguito ad una netta vittoria ai punti riportata sull’argentino Julio Cesar Vasquez.

Negli anni Novanta, vale la pena ricordare i regni di due tra i migliori pugili ancora in attività, vale a dire Oscar De La Hoya e il suo “storico” rivale Shane “Sugar” Mosley. Il “Golden Boy”, dopo scarsi due anni di professionismo e un titolo dei superpiuma già conquistato, divenne campione dei 61,237 chilogrammi nel 1994 con un rapido ko alla seconda ripresa inflitto al malcapitato Jorge “Maromero” Paez che gli valse l’alloro per la WBO, cui, l’anno successivo, si aggiunse quello della IBF, grazie all’altrettanta perentoria batosta rifilata al Caesars Palace di Las Vegas al detentore Rafael Ruelas.

Mosley, invece, si aggiudicò la cintura IBF nel 1997, superando Philip Holiday e mantenendola con facilità nei due anni successivi, prima di approdare tra i welter e dare vita con lo stesso De La Hoya ad una delle rivalità più appassionanti e spettacolari della boxe dei nostri giorni.

Anche il nuovo millennio sembra non aver lesinato in grandi protagonisti per le 165 libbre: infatti, oltre al fenomenale picchiatore brasiliano Acelino “Popo” Freitas e al suo unico giustiziere Diego Corrales, non può non essere evidenziato il breve ma trionfale passaggio ai vertici della categoria di colui che molti ritengono il miglior pugile attualmente in attività, Floyd Mayweather junior, che, dopo aver strappato nel 2002 il titolo WBC all’ottimo Jose Luis Castillo (risultato ripetuto nell’immediata rivincita), lo ha difeso senza alcun patema prima di salire con eguali, strabilianti risultati tra i superleggeri e i welter.

I MIGLIORI DI OGNI TEMPO

1) Roberto Duran

2) Tony Canzoneri

3) Benny Leonard

4) Lou Ambers

5) Pernell Whitaker

6) Carlos Ortiz

7) Ike Williams

8) Alexis Arguello

9) Ken Buchanan

10) Joe Brown

11) Esteban De Jesus

12) Lew Jenkins

13) Ismael Laguna

14) Julio Cesar Chavez

15) Floyd Mayweather jr

 

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