Considerata non a torto la più “classica” delle otto categorie di peso originarie, quella dei medi, nella sua ultrasecolare storia, ha regalato al pugilato moderno alcuni dei suoi interpreti più famosi e celebrati, dando luogo, fin dagli inizi del Novecento, a sfide memorabili e contribuendo in modo decisivo a consacrare alla leggenda sportiva (e non) numerosi atleti di eccezionale valore.
Tra coloro che per primi si cimentarono al limite dei 72.575 kg (160 libbre), non si può non partire dall’inglese-australiano Robert James Fitzsimmons, meglio noto come Bob Fitzsimmons, che conquistò il titolo di categoria nel lontano 1891, a New Orleans, sconfiggendo prima del limite (ko al 13 round) Jack Dempsey (omonimo del grande campione dei pesi massimi). Formidabile picchiatore, nonostante la statura non certo mastodontica, il popolare “Ruby” seppe compiere negli anni successivi un’impresa sportiva che soltanto a distanza di oltre un secolo qualcun altro (Roy Jones jr.) ha saputo portare a medesimo compimento: egli, infatti, dopo l’alloro colto tra i medi, fu in grado di conquistare anche la corona dei massimi (1897) e dei mediomassimi (1903), misurandosi con i migliori boxeurs della sua epoca, tra gli altri: James Corbett, Jimmy Jeffries, Philadelphia Jack O’Brien e Jack Johnson, e sopperendo alle costanti inferiorità fisiche (le commissioni di vigilanza dell’epoca, soprattutto per quanto concerneva le operazioni di peso, non erano certo scrupolose come quelle odierne) con una abilità tecnica e tattica che lo ha fatto considerare da molti esperti il più grande pugile di tutti i tempi.
Sempre rimanendo agli albori del ventesimo secolo, merita senza dubbio di essere ricordato lo statunitense Stanley Ketchel, “The Michigan Assassin”, capace di ottenere prima del limite ben 49 delle 52 vittorie che arricchiscono il suo palmares (anche se, secondo le ultime ricostruzioni storiche, dovrebbero essere 54) e anche lui avversario di Jack Johnson, che lo sconfisse per ko alla 12 ripresa nel 1909. Questo valoroso e sfortunato campione conquistò la cintura il 4 giugno del 1908 battendo ai punti in dieci riprese Billy Papke (con il quale incrociò i guantoni, sempre titolo in palio, in altre tre occasioni) e la difese più volte fino al 10 giugno del 1910, data del suo ultimo, vittorioso incontro con Jim Smith. Quattro mesi più tardi, a soli 24 anni, venne trovato morto assassinato.
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Gli anni Venti videro brillare la stella di un altro straordinario fighter stelle e strisce, Harry Greb, il quale disputò quasi trecento incontri da professionista, riportando oltre duecentocinquanta vittorie (in poco più di tredici anni di carriera!), tra le quali una sul futuro campione dei pesi massimi Gene Tunney, che venne superato nel 1922 in un incontro valevole per il titolo americano dei mediomassimi (anche se il celebre “Fighting Marine” s’impose nelle successive quattro sfide, tutte comunque disputate nella categoria superiore). Morto anche lui in giovane età, trentadue anni, il peso medio di Pittsburgh s’impossessò dell’iride delle 160 libbre nel 1923, sconfiggendo in quindici tempi Johnny Wilson e conservandola fino al febbraio del 1926, quando venne sconfitto al Madison Square Garden di New York, sempre in quindici riprese, da Tigers Flowers, il quale bissò il successo nel mese di agosto dello stesso anno, prima di cedere lo scettro ad un altro indimenticato fuoriclasse, Mickey Walker, che lo sconfisse ai punti al termine di un’appassionante sfida conclusasi con una discussa vittoria del pugile di Elizabeth, già titolare in precedenza della corona dei pesi welter e avversario (sconfitta ai punti nel 1925) di Harry Greb, oltre che di altri illustri protagonisti del gotha pugilistico dei tempi, come i mediomassimi Maxie Rosenbloom e Tommy Loughran, che lo fermarono nel tentativo di conquista della corona delle 175 libbre, e i massimi Jack Sharkey (contro il quale il nostro Carnera si laureò campione del mondo), Paulino Uzcudun (sconfitto ai punti) e Max Schmeling.
Nel decennio successivo, non si segnalarono pesi medi di simile levatura, anche se tra i pugili che varcarano le dodici corde vanno ricordati eccellenti combattenti quali, “The Tacoma Assassin” Freddie Steele, Al Hostak, Fred Apostoli e il filippino di stanza a Los Angeles Ceferino Garcia.
I Quaranta e Cinquanta possono invece essere considerati come la vera e propria “età dell’oro” della categoria, visto che in quegli anni ebbero luogo gli incontri più appassionanti della sua storia e si alternarono al vertice alcuni tra i suoi protagonisti più forti e celebrati. Primo fra loro, Anthony Florian Zaleski, meglio noto come Tony Zale, l’“Uomo d’acciaio”, che dopo aver strappato nel 1940 il titolo NBA al già ricordato Apostoli, l’anno successivo conquistò, al Madison Square Garden di New York, la cintura assoluta battendo ai punti, con decisione unanime, Georgie Abrams. Il nome di Zale è però indissolubilmente legato alle tre memorabili sfide che egli disputò tra il 1946 e il 1948 con Rocky Graziano, il celebre pugile italoamericano la cui storia ispirò un film di grande successo, Lassù qualcuno mi ama. Il confronto, sempre risoltosi prima del limite e che per ben due volte venne insignito del riconoscimento di match dell’anno dalla prestigiosa rivista “Ring Magazine”, si concluse con due successi a favore del pugile di origine polacca, che si aggiudicò l’ultimo, decisivo incontro della serie (i primi due erano terminati con un ko alla sesta per parte) sconfiggendo il rivale al terzo round. Nel match successivo, però, il fighter di Boston venne costretto alla resa (abbandono al 12 round) dal pugile francese di origine algerina Marcel Cerdan, che, dopo aver a lungo detenuto il titolo europeo di categoria (e, in precedenza, anche quello dei welter) e inanellato una serie di ben 106 vittorie contro tre sole sconfitte, salì sul tetto del mondo, divenendo un vero e proprio idolo sportivo in patria e finendo sulle prime pagine dei rotocalchi di tutto il pianeta per la sua appassionante relazione extraconiugale con l’“ugola d’oro” della canzone francese Edith Piaf. Purtroppo, però, la sua stella venne presto oscurata da una terribile sciagura: nel 1949 infatti, dopo aver ceduto lo scettro della categoria a Jack La Motta (che lo sconfisse per ko tecnico alla decima ripresa), il boxeur transalpino perse la vita pochi mesi dopo in un incidente aereo, proprio mentre si stava recando negli States per l’auspicata rivincita. Dal canto suo, il “Toro del Bronx”, dalla cui autobiografia è stato tratto una famosissima pellicola di Martin Scorsese, Toro scatenato (con la quale Robert De Niro si aggiudicò il premio Oscar come miglior attore nel 1981), riuscì a conservare il titolo per poco meno di un anno e mezzo (sconfiggendo, tra l’altro, anche il nostro Tiberio Mitri), prima di cederlo, ko tecnico al tredicesimo round, a Ray “Sugar” Robinson, contro il quale aveva già combattuto in altre cinque occasioni, rimediando quattro sconfitte e una vittoria ai punti. Nato ad Harlem nel maggio del 1921 e considerato dalla maggior parte dei critici il più grande pugile all times, Ray Robinson, al secolo Walter Smith junior, detenne il titolo mondiale dei pesi medi in diversi periodi nell’arco di quasi dieci anni, segnalandosi, oltre che per le straordinarie doti atletiche e spettacolari, anche per essere stato in grado di riconquistare a più riprese la corona, sconfiggendo in memorabili incontri di rivincita tre grandi protagonisti dell’epoca quali Randy Turpin (battuto per ko alla decima nel 1952, dopo una sconfitta ai punti), Gene Fullmer (ko alla quinta nel 1957, dopo una sconfitta ai punti) e, soprattutto, il fighter di origine italiana Carmen Basilio (superato con una split decision nel 1958, dopo un altro verdetto controverso dell’anno precedente), che, come lui, era stato detentore della cintura dei welter. Sconfitto nella difesa successiva dall’ottimo Paul Pender (che, sempre nel 1960 e sempre con decisione controversa, lo superò anche nell’ennesimo incontro di rivincita), l’ormai quarantenne Robinson, disputò i sui ultimi due incontri titolati (validi solo per la sigla NBA, però) nel 1961, affrontando ancora una volta uno dei suoi avversari “storici”, Gene Fullmer, contro il quale ottenne un pari e una sconfitta ai punti di misura. La sua eccezionale carriera, durata quasi un quarto di secolo e arricchita da ben 108 successi prima del limite su 200 incontri, proseguì comunque fin quasi alla fine del 1965, quando “Sugar” venne superato in dieci tempi da Joey Archer e decise di ritirarsi.
Gli anni Sessanta, pur non eguagliando i fasti dei due decenni precedenti, videro comunque l’ascesa al trono delle 160 libbre di grandi campioni, tra i quali, oltre al già menzionato Paul Pender, vanno naturalmente ricordati Emile Griffith e il nostro Nino Benvenuti, che, tra il 1967 e il 1968, dettero vita ad una combattutissima e seguitissima serie, conclusasi con la decisiva vittoria ai punti del pugile triestino, che conservò lo scettro nei successivi due anni, prima di essere sconfitto nel miglior incontro del 1970 dall’indimenticato Carlos “Escopeta” Monzon, con un perentorio ko al 12 round, risultato replicato nell’anno successivo con un altro, terrificante successo per getto della spugna nel terzo tempo sul ring di Montecarlo. Il fighter argentino, scomparso nel 1995 -a soli 52 anni- dopo un’esistenza a dir poco travagliata, dominò letteralmente la categoria fino al suo ritiro (datato 1977), collezionando ben quattordici difese vittoriose della corona (che riunificò nel 1976 con una successo ai punti sul colombiano Rodrigo Valdez, campione WBC, dopo la destituzione effettuata dall’ente ai suoi danni circa due anni prima) e divenendo senza alcun dubbio uno dei pugili più famosi e celebrati dell’era moderna.
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Se è giusto considerare Barney Ross un superleggero-welter naturale (rimandando, dunque, l’analisi del suo meraviglioso percorso sportivo ad un altro articolo), non si può certo evitare di soffermare la nostra attenzione sulla figura di Lou Ambers, che, nei circa nove anni di carriera professionistica, si guadagnò senza alcun dubbio un posto di riguardo nell’olimpo della categoria, disputando la bellezza di 109 incontri (davvero molti considerando che si ritirò non ancora ventottenne) e uscendo sconfitto in sole otto circostanze (a fronte di ben 94 vittorie). Divenuto campione nel già ricordato confronto con Canzoneri, Luigi Giuseppe D’Ambrosio, questo il suo vero nome, mantenne la cintura fino al 1938, quando fu sconfitto con decisione controversa dal leggendario Henry Armstrong, al quale, comunque, seppe imporsi (seppur con l’aiuto di ben cinque richiami ufficiali ai danni del pugile di Columbus) nel match di rivincita disputato l’anno successivo, prima di segnare definitivamente il passo al cospetto di Lew Jenkins, che lo sconfisse per fuori combattimento alla terza ripresa, dopo averlo atterrato quattro volte (risultato replicato pochi mesi più tardi, nel 1941, con un ko alla settima).
Anche gli anni Quaranta, pur non eguagliando fasti e interpreti del decennio precedente, videro l’ascesa al trono dei 61,237 chilogrammi di atleti di ottime capacità, tra i quali è necessario ricordare Beau Jack, Sammy Angott, Bob Montgomery, ma, soprattutto, Ike Williams, che si laureò campione prima per la versione NBA (ko alla seconda ripresa ai danni di Juan Zurita nel 1945) e poi assoluto due anni più tardi, mettendo fuori combattimento al sesto round proprio Bob Montgomery. Il pugile di Trenton mantenne lo scettro iridato fino al 1951 (risultato notevole se si pensa al fatto che, in quel particolare momento storico, si verificavano spesso casi di frode sportiva legati al mondo delle scommesse e della malavita, per i quali lo stesso Williams venne interrogato a più riprese dalle competenti autorità), quando venne costretto alla resa (ko alla quattordicesima) dal forte Jimmy Carter.
Negli anni Cinquanta, il migliore di tutti fu senza dubbio “Old Bones” Joe Brown, che detenne la corona, conquistata con una vittoria ai punti contro Wallace “Bud” Smith nel 1956, per quasi sei anni, prima di lasciarla nelle mani del fuoriclasse portoricano Carlos Ortiz, che lo detronizzò con decisione unanime in quindici tempi nel 1962. Spiace, però, sottolineare che, nell’arco della sua lunghissima carriera (durata fino alla veneranda età, pugilisticamente parlando, di quarantaquattro primavere!), il boxeur di New Orleans sia stato sconfitto in ben quarantadue circostanze (anche se la maggior parte degli insuccessi coincisero con l’ultima fase della sua attività).
Dopo aver conquistato il titolo nel già ricordato incontro con Joe Brown del 1962, Carlos Ortiz lo mantenne fino al 1968, anno in cui venne detronizzato da Carlos Teo Cruz con una vittoria per split decision in quel di Santo Domingo. Prima di quel match, soltanto Ismael Laguna fu in grado di interrompere per un breve periodo il suo lungo regno, anche se il pugile di Ponce vendicò la sconfitta del 1965 con due successi ai punti (sempre con la corona in palio) alla fine dello stesso anno e nel 1967. Per il resto, egli effettuò ben dieci difese vittoriose, sconfiggendo i migliori pari peso della sua epoca e affrontando gente del calibro di Gabriel “Flash” Elorde (sconfitto prima del limite alla quattordicesima), Nicolino “L’Intoccabile” Loche (pari in un match senza titoli) e il grande Ken Buchanan, che nel 1972 lo sconfisse per ko al sesto round mettendo fine alla sua carriera, durante la quale, è necessario ricordarlo, fu anche campione della divisione superiore, scettro che cedette nel 1961 al nostro Duilo Loi, il quale bissò il successo un anno più tardi con un chiaro verdetto ai punti (in precedenza, comunque, Ortiz aveva sconfitto l’idolo della folle milanesi in un incontro senza titolo).
Finita l’era-Monzon, la corona dei pesi medi trovò un nuovo, assoluto padrone soltanto agli albori del nuovo decennio: infatti, dopo un primo tentativo reso vano da uno scandaloso verdetto di parità contro il nostro Vito Antuofermo nel 1979, il 27 settembre del 1980 Marvin “The Marvelous” Hagler riuscì a conquistare il titolo sconfiggendo per ko tecnico alla terza ripresa l’inglese Alan Minter. A partire da questa data, il pugile di Newark effettuò ben dodici difese vittoriose, sconfiggendo, tra gli altri, fuoriclasse del calibro di Roberto Duran (battuto ai punti nel 1983) e Thomas Hearns (messo fuori combattimento al terzo round due anni più tardi) e contribuendo con la sua classe cristallina e la sua capacità di demolire gli avversari (basti pensare all’”epica” battaglia contro il picchiatore ugandese John Mugabi nel 1986) ad aumentare in modo assai significativo il fascino mediatico esercitato dalla noble art. Il suo regno, durato quasi sette anni, venne interrotto da un altro indiscusso artista delle dodici corde, Ray Sugar Leonard, che lo sconfisse con decisione controversa in dodici tempi sul ring del Caesars Palace il 4 giugno del 1987. Dopo questo match, il “Meraviglioso” (che si è sempre dichiarato profondamente in disaccordo con il verdetto espresso dalla giuria quella sera), nonostante le miliardarie offerte più volte presentategli dai più grandi organizzatori in attività (tutte, naturalmente, legate ad una possibile rivincita con Leonard), mise fine alla sua eccezionale carriera di pugile, dedicandosi, tra le altre cose, anche al cinema.
Con il ritiro di Hagler la categoria perse quello che, probabilmente, può essere ritenuto l’ultimo grande, riconosciuto campione della sua storia: dopo di lui, infatti, non ci sono stati boxeurs in grado di calamitare l’attenzione di milioni di sportivi con una pari intensità, anche se, tra i suoi tanti successori, il numero dei quali è stato ingigantito a dismisura dalla continua moltiplicazione delle sigle mondiali, devono essere ricordati perlomeno Roy Jones junior e Bernard “The Executioner” Hopkins, campionissimi ancora sulla breccia. Il primo ha militato tra le 160 libbre tra il 1993 e il 1994, prima di trovare la sua definitiva consacrazione nei mediomassimi: in questo breve lasso di tempo, comunque, è riuscito a conquistare il titolo IBF di categoria sconfiggendo con verdetto unanime nel 1993 proprio Hopkins, il quale, entrato in possesso del medesimo nel 1995 (ko alla settima contro Segundo Mercado), nei successivi dieci anni ha provveduto a riunificare le corone più prestigiose, sconfiggendo campioni del calibro di Felix Trinidad e Oscar De La Hoya, e stabilendo il nuovo primato di difese vittoriose con ben venti successi consecutivi, prima di inchinarsi nel 2005 all’attuale campione WBC e WBO Jermain Taylor (che lo ha sconfitto anche nell’incontro di rivincita disputato lo stesso anno).
I MIGLIORI DI OGNI TEMPO
1)RAY SUGAR ROBINSON
2)ROBERT JAMES FITZSIMMONS
3)HARRY GREB
4)CARLOS MONZON
5)MARVIN HAGLER
6)STANLEY KETCHEL
7)TONY ZALE
8)JAKE LA MOTTA
9)BERNARD HOPKINS
10)MARCEL CERDAN
11)MICKEY WALKER
12)PAUL PENDER
13)ROCKY GRAZIANO
14)GENE FULLMER
15)ROY JONES JUNIOR









