Pesi mosca. Storia di una categoria di grande valore

La categoria dei pesi mosca, spesso relegata ai margini dell’attenzione collettiva a causa della (apparentemente) scarsa prestanza fisica e “scenica” dei suoi appartenenti, nel corso della sua lunga storia ha invece regalato al pugilato moderno atleti di grandissimo valore, alcuni dei quali possono senza dubbio essere considerati dei fuoriclasse di levatura assoluta e ben figurare in un’ipotetica classifica dei migliori di ogni tempo.

È il caso, ad esempio, del primo campione riconosciuto delle 112 libbre, il gallese Jimmy Wilde, attivo tra il 1910 e il 1923, periodo durante il quale, perlomeno stando alle ultime e più accreditate ricostruzioni storiche, disputò la bellezza di 152 incontri ufficiali (ai quali andrebbero sommate diverse decine, se non centinaia, di contese illegali), riportando ben 137 successi (a fronte di cinque sole sconfitte), dei quali 103 prima del limite. Figlio di un minatore ed egli stesso minatore prima di intraprendere la carriera di booth fighter (così venivano definiti coloro che si sfidavano in match, spesso clandestini, nei saloon e nei locali dell’epoca) e pugile professionista, The Mighty Atom, grazie ad una potenza a dir poco esplosiva per un uomo delle sue misure (della quale abbiamo numerose testimonianze dalle cronache giornalistiche dei tempi), s’impossessò del titolo IBU mettendo fuori combattimento all’undicesimo round Johnny Rosner nell’aprile del 1916 a Liverpool e difendendolo con successo, nello stesso anno, prima con Tancy Lee (che un anno prima lo aveva sconfitto per ko alla 17sima, titoli IBU, EBU e BBBC in palio) e poi con Johnny Hughes, entrambi superati prima del limite. Sempre nello stesso anno, precisamente il 18 dicembre, superando per ko all’undicesima Young Zulu Kid (vero nome: Giuseppe Di Melfi, un potentino di stanza a New York), Wilde conquistò il primo titolo mondiale riconosciuto di categoria, difendendolo l’anno successivo con Gorge Clark e Dick Heasman. Pressoché imbattibile per i pari peso, cominciò a misurarsi con buon successo al limite dei gallo e si trasferì in pianta stabile (almeno a livello sportivo) nel nord America, dove mosse gli ultimi passi della sua eccezionale avventura tra le dodici corde, conclusasi con due sconfitte al cospetto del campione dei gallo Pete Herman, ko alla 17sima nel 1921, e di Francisco Guilledo, alias Pancho Villa, che gli strappò la corona dei mosca mettendolo fuori causa alla settima nel 1923.

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Quest’ultimo, primo campione del mondo filippino della storia e vero e proprio idolo in patria, mantenne il titolo fino al 1924, anno della sua ultima vittoriosa difesa contro Amos “Kid” Carlin. Pochi giorni dopo questo incontro, egli venne considerato decaduto dalla NYSAC, potente organizzazione pugilistica dell’epoca, per essersi rifiutato di affrontare Frankie Genaro, sfidante ufficiale, oltre che suo vincitore nel 1922 e nel 1923. Tornato per un breve periodo nelle Filippine, Villa rientrò negli Stati Uniti nel corso del 1925, affrontando in un match senza titolo in palio il più pesante Jimmy McLarnin, astro nascente del boxing statunitense dell’epoca e futuro campione dei pesi welter, venendo sconfitto in dieci riprese. Dopo questo match, uno dei più importanti e celebrati degli anni Venti, il non ancora ventiquattrenne boxeur si sottopose ad una operazione alla gola che, purtroppo, stando ai referti medici di chi lo aveva in cura, si concluse con la morte per soffocamento da anestetico. Diversi anni più tardi, però, prese a circolare una voce (mai smentita e, anzi, avallata da una presunta testimonianza da parte di sua moglie) secondo la quale la fine del campione non sarebbe da attribuire ad una tragica fatalità, ma ad un avvelenamento perpetrato ai suoi danni da alcuni scommettitori clandestini, i quali dopo aver puntato, perdendole, ingenti quantità di denaro sulla sua vittoria contro McLarnin, avrebbero deciso di vendicarsi.

Quel che è certo è che, dopo la sua morte, cominciò un periodo di estrema confusione per quel che concerneva l’attribuzione del titolo assoluto di categoria: infatti, la già ricordata NYSAC, in concorso con la NBA, l’altra sigla mondiale ante litteram dell’epoca, diede luogo ad una vera e propria “spaccatura” della corona, che tornò ad essere unita e riconosciuta unanimemente come tale soltanto con l’avvento di Benny Lynch. Durante questo periodo, comunque, ebbero modo di distinguersi, e di conquistare scettri comunque iridati, grandissimi campioni, tra i quali una menzione particolare va senza dubbio riconosciuta ai due statunitensi di origine italiana Fidel La Barba e Frankie Genaro, avversari in un incontro svoltosi nell’agosto del 1925 e valido per il titolo NBA e per quello americano. Vinse la Barba (ai punti in dieci tempi), il quale difese successivamente le due corone contro Georgie Rivers nel 1926 e contro Elky Clark nel 1927, ultimo incontro riconosciuto come titolo “mondiale dei mosca”: infatti, dopo un’ulteriore successo ai danni di Johnny Vacca (che, in precedenza lo aveva sconfitto in due circostanze), il fighter statunitense, tra l’altro medaglia d’oro alle Olimpiadi di Parigi del 1924, decise di abbandonare il pugilato per frequentare il college e diventare un uomo d’affari. Tornato sul ring come peso gallo nel 1928, arrivò a battersi addirittura per il titolo dei piuma e dei superpiuma, venendo però sconfitto da Battling Battalino nel 1931 e da Kid Chocolate nell’anno successivo. Per quanto riguarda Frankie Genaro, anche lui medaglia d’oro olimpica (ai giochi di Anversa del ’20), dopo la sconfitta inflittagli da La Barba, seppe rapidamente riguadagnare terreno e conquistò il titolo, versione NBA battendo a Toronto Albert Belanger (vittoria ai punti in10 riprese) nel 1928, difendendolo in diverse occasioni (in una delle quali, nel 1929, venne sconfitto dal francese Emile Pladner, al quale seppe imporsi nella rivincita disputatasi nel medesimo anno). Nel 1930, tentò di appropriarsi anche della cintura NYSAC contro Midget Wolgast (in un incontro che può essere considerato a tutti gli effetti un campionato del mondo assoluto, nonostante la situazione di caos alla quale si è accennato), ma il match terminò pari lasciando ai contendenti le rispettive corone. L’anno successivo, dopo aver sostenuto altre due difese vittoriose con Routier Parra e Valentin Angelmann, venne superato per ko alla seconda ripresa da Victor “Young” Perez sul ring parigino del Palais Des Sports.

Il pugile franco-tunisino, a sua volta, venne sconfitto nel 1932 da Jackie Brown per getto della spugna alla seconda ripresa, passando quindi tra i gallo, dove ebbe modo di affrontare, senza però riuscirlo mai a superare, il mitico Panama Al Brown, che lo costrinse alla resa in tre diverse circostanze tra il 1934 e il 1937. La fama di Perez, purtroppo, non è però legata soltanto alle sue pur rimarchevoli imprese sportive: essendo infatti di origine ebrea, egli venne arrestato e deportato ad Auschwitz nell’ottobre del 1943. Nel terribile campo di sterminio, stando alle fonti, sarebbe stato costretto per circa due anni a combattere incontri, organizzati per il puro sollazzo degli ufficiali nazisti (che premiavano il vincitore con un tozzo di pane e una porzione di zuppa e assassinavano lo sconfitto), contro altri internati di qualsiasi peso e altezza (tra i quali non pochi pesi massimi!), prima di essere barbaramente ucciso nel 1945, a soli 33 anni, per aver cercato di passare un pezzo di pane ad un altro prigioniero.

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Da una leggenda ad un’altra, non si può certo tacere la grandezza dello scozzese Benny Lynch, che, dopo una fulminante carriera, s’impossesso del titolo NBA (oltre che di quello BBBC) sconfiggendo nel settembre del 1935 proprio Jackie Brown. Due anni dopo, superando con una vittoria in quindici tempi l’allora detentore della versione NYSAC Small Montana, egli divenne, come già ricordato, il primo campione assoluto di categoria dai tempi di Fidel La Barba, qualifica che mantenne anche in seguito sconfiggendo l’inglese Peter Kane (già in precedenza superato per il titolo BBBC). Perso il titolo per non aver rispettato i limiti di categoria nel match contro Jackie Jurich, comunque superato per ko alla 12sima, Lynch si ritirò nel 1938, dopo aver perso gli ultimi due incontri della sua carriera contro due semisconosciuti, a causa di gravissimi problemi con l’alcol. Divenuto ormai una specie di vagabondo tra le bettole della sua amata Glasgow, morì, ufficialmente per denutrizione, ma in realtà a causa dell’alcolismo e della solitudine, nel 1946, anch’egli a 33 anni.

Gli anni Quaranta videro alternarsi sul trono dei 50,802 chilogrammi ottimi atleti tra i quali vanno ricordati, tra gli altri, almeno i britannici Jackie Peterson e Rinty Monaghan, anche se fu nel decennio successivo che la categoria espresse una nuova nidiata di grandi talenti.

Il primo di loro fu l’hawaiano Salvador “Dado” Marino, che, dopo aver fallito un primo assalto alla corona perdendo al cospetto di Rinty Monaghan nel 1947, conquistò l’alloro mondiale battendo ai punti per decisione unanime Terry Allen nel 1950 e difendendolo con il medesimo avversario un anno dopo, prima di cederlo a Yoshio Shirai, che, dopo averlo sconfitto in un incontro senza titolo in palio (vendicando così la precedente vittoria di Marino), lo superò ai punti il 19 maggio del 1952 a Tokyo per decisione unanime, risultato replicato meno di sei mesi dopo. Dal canto suo, il boxeur nipponico, primo campione iridato nella storia pugilistica del Sol Levante, dopo aver chiuso definitivamente i conti con Marino, effettuò tre difese vittoriose, prima di essere sconfitto ai punti nel novembre del 1954 dal grande Pascual Perez (che già qualche mese prima, a Buenos Aires, lo aveva costretto al pari), che lo superò anche nel match di rivincita con un fuori combattimento al quinto tempo.

Il pugile argentino, medaglia d’oro ai giochi olimpici di Londra del 1948, si mantenne saldamente al vertice per quasi sei anni, cedendo il passo al tailandese Pone Kingpetch, che lo sconfisse con una split decision a Bangkok nel 1960. Come tradizione, il pugile asiatico concesse immediatamente la rivincita al “León Mendocino”, che, stavolta, venne messo fuori combattimento all’ottava ripresa.

Dal canto suo, Kingpetch, alias Mana Sridokbuab, fu in grado per ben due volte di riconquistare il titolo in rematch mondiali: infatti, dopo aver ceduto e riconquistato lo scettro (per la sola versione WBA) contro il futuro campione dei gallo Masahiko “Fighting” Harada tra il 1962 e il1963, riuscì a ripetere l’impresa anche al cospetto di Hiroyuki Ebihara, che, dopo averlo fulminato con un repentino ko alla prima ripresa nello stesso anno, fu costretto a capitolare pochi mesi più tardi, il 23 gennaio 1964, per decisione controversa in quindici tempi. Alla luce di ciò, assume ancor più significato la sua definitiva detronizzazione da parte del nostro Salvatore “Tore” Burruni, che lo sconfisse nel 1965 con una netta affermazione ai punti davanti alla folla del Palazzo dello Sport di Roma.

Dopo la conquista del titolo assoluto, il pugile sardo venne considerato decaduto dalla WBA per non aver voluto affrontare lo sfidante ufficiale Horacio Enrique Accavallo (suo vincitore pochi mesi dopo la vittoria contro Kingpetch), senza dubbio uno dei migliori pesi mosca degli anni Sessanta, che gli succedette superando per la vacante corona Katsuyoshi Takayama nel 1966 e mantenendola poi nelle successive tre difese. Il “piccolo Rocky” si ritirò campione nel 1967, con l’invidiabile score professionistico di 75 vittorie, 6 pareggi e due sole sconfitte (una delle quali, tra l’altro, inflittagli nel 1959 proprio da Salvatore Burruni).

Altro notevole e celebrato boxeur dell’epoca fu Chartchai Chionoi, primo grande protagonista del pugilato tailandese, che, dopo aver “giustiziato” alla nona ripresa Walter McGowan (a sua volta, vincitore del nostro Burruni), conquistò la fetta WBC dell’iride nel 1967, difendendola a più riprese (esaltante il suo “botta e risposta” con Efren Torres tra il 1969 e il 1970) prima di cederla ad Erbito Salavarria. Dopo un primo, fallito tentativo di riconquista (ko alla dodicesima da Masao Ohba), egli seppe comunque risalire sul trono delle 112 libbre, stavolta per la sigla WBA, battendo lo svizzero Fritz Chervet nel maggio del 1973, prima di cedere definitivamente il passo al giapponese Susumu Hanagata (da lui superato in una precedente difesa) nel 1974.

Sempre rimanendo negli anni Settanta, non può certo essere tralasciata la figura del messicano Miguel Canto, meglio conosciuto come “El Maestro”, che, dopo un primo, infruttuoso tentativo effettuato nel 1973 al cospetto di Betulio Gonzales (poi sconfitto nei successivi due match), si impossessò del titolo WBC sconfiggendo nel 1975 Shoij Oguma e mantenendolo per ben quattordici tornate consecutive, prima di inchinarsi al coreano Chan Hee Park, che nel 1979 lo superò per decisione unanime nella città natale di Pusan (respingendo sei mesi dopo i propositi di “vendetta” del pugile sudamericano grazie ad un pareggio).

Nel decennio successivo, tra i vari campioni vanno ricordati l’argentino Santos Benigno Laciar e il tailandese Sot Chitalada, ma soprattutto Khaosai Galaxy, anche lui tailandese, straordinario atleta che, con l’avvento delle categorie junior, decise di militare tra i supermosca. Questo grande, piccolo combattente sud asiatico, che naturalmente figurerebbe ai primi posti della classifica all times se si decidesse di ignorare il piccolo scarto di peso tra le due categorie, condusse una carriera davvero eccellente, conquistando il titolo WBA nel 1984 e difendendolo vittoriosamente in ben 19 circostanze, ritirandosi con un record quasi perfetto, visto che l’unica sconfitta che macchia il suo palmares la rimediò in uno dei suoi primi incontri da professionista (50 in tutto, dei quali ben 43 risolti prima del limite, quasi come il leggendario Rocky Marciano).

Anche i Novanta hanno visto brillare ottimi interpreti, i migliori dei quali sono stati con ogni probabilità il forte russo (anche se la sua carriera si è svolta prevalentemente in Giappone) Yuri Arbachakov e il suo unico vincitore Chatchai Sasakul. Tuttavia, reiterando le stesse considerazioni fatte per il decennio precedente in merito alle categorie “vicine” ai mosca, non si può non soffermarsi su uno dei pugili più forti pound for pound degli ultimi trent’anni (perlomeno), vale a dire il peso paglia e minimosca (rispettivamente 47,627 e 48,988 chilogrammi) messicano Ricardo “Finito” Lopez , autore di un percorso sportivo assolutamente irripetibile, visto che alla conquista di due titoli mondiali in due diverse categorie (WBC, poi WBC-WBO, poi WBA tra i paglia e IBF tra i minimosca), va sommata anche l’imbattibilità mantenuta tanto da professionista (52 incontri e un solo pari contro Rosendo Alvarez, superato comunque nel rematch), quanto da dilettante. Da pochissimo tempo il fuoriclasse di Cuernacava, baby-pupillo di Don King quando era ancora in attività, è entrato (con pienissimo diritto, aggiunge chi scrive) nella “Hall of Fame”.

Prima di concludere questa lunga carrellata, è necessario sottolineare come tra i pesi mosca oggi in attività (intendendo con “oggi” un periodo compreso più o meno nell’ultimo decennio) si stia segnalando il tailandese Pongsaklek Wonjongkam (vero nome Pongsaklek Sitkanongsak), attuale campione WBC (titolo conquistato nel 2001 con un ko alla prima ripresa ai danni di Malcom Tunacao) che, fino ad ora, ha mantenuto la corona in ben sedici occasioni (infilando una striscia di ben 55 vittorie consecutive) e il cui valore assoluto, in prospettiva, sembrerebbe davvero notevole.

 

I MIGLIORI DI OGNI TEMPO

  • Jimmy Wilde
  • Fidel La Barba
  • Benny Lynch
  • Frankie Genaro
  • Pancho Villa
  • Pascual Perez
  • Miguel Canto
  • Horacio Accavallo
  • Chartchai Chionoi
  • Yoshio Shirai
  • Victor “Young” Perez
  • Pongsaklek Wonjongkam
  • Dado Marino
  • Yuri Arbachakov
  • Chatchai Sasakul

 

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