Tra le incompiute del calcio 2.0 può essere considerato una delle più belle che si sia vista palla al piede e certamente tra quelle cha più hanno fatto dannare i propri tifosi per quello che poteva essere e invece non è stato. Aveva tutto per segnare un’epoca e invece, chissà se per mancanze caratteriali o mera sfortuna, lo ricorderemo soltanto per sporadici lampi di genio e per essere stato il “cocco” del patron nerazzurro Massimo Moratti (anche quando le sue prestazioni risultavano, francamente, indifendibili): lui è Álvaro Recoba e proprio oggi, 17 marzo, mette piede negli anta, dopo aver appeso gli scarpini al chiodo nel giugno dello scorso anno.
Piacerebbe dire dopo una lunga carriera di luci e ombre, ma in realtà di luci, con gli straordinari mezzi tecnici che madre natura gli aveva donato, ne ha accese molto meno di quanto avrebbe potuto. E pensare che la sua avventura nelle ribalta più prestigiosa di due decenni fa, il campionato italiano, era cominciata con un lampo, anzi due, davvero accecanti…
Corre il 31 agosto del 1997 e, come ogni coda d’estate che si rispetti, nel nostro Paese fa un caldo asfissiante. L’Inter di Gigi Simoni, concentrato di campioni ancora da plasmare, boccheggia sotto la pressione mastina del neopromosso Brescia. Sembra la classica partita di inizio stagione dove la grande squadra, ancora imballata dai carichi della preparazione e frastornata dai nuovi schemi da assimilare, non riesce proprio a buttarla dentro. Invece il tecnico di Crevalcore al 27’ del secondo tempo decide di far entrare in campo il misterioso ventunenne uruguagio. Di lui, a quei tempi, si sa ben poco: reduce da due ottime annate in patria con la casacca del Nacional Montevideo, si dice possieda un tiro al fulmicotone e un buon occhio per la porta. Nessuno, però, può immaginare che in quei 179 centimetri, e in particolar modo in quel piede mancino, alligni una vera e propria arma impropria dalla devastante forza d’urto. Se ne accorge, povero lui, lo sciagurato e inerme guardapali delle rondinelle, che vede uno straordinario siluro da oltre 30 metri insaccarsi inesorabilmente alle sue spalle, subito seguito da una magia di rara classe -palla all’incrocio- su calcio piazzato. Vittoria dell’Inter e tifosi in delirio: Tutti sono convinti che tra le magie di Ronaldo e le fucilate di quel giovane dai tratti orientaleggianti la stagione sarà trionfale, indimenticabile. Indimenticabile, in effetti, lo diventa, ma per l’atroce beffa di aver perso un campionato con una squadra stellare. A mitigare la delusione, la vittoria nella finale tutta italiana di Uefa con la Lazio. Per Recoba, però, dopo quell’esordio strepitoso cui erano seguite infinite preconizzazioni di un grandioso avvenire, solo poche altre apparizioni e un’unica altra perla, un pallonetto da oltre 50 metri a Empoli entrato di diritto nella top ten dei gol di stagione.
Anche l’annata successiva si apre male: tra problemi fisici, di adattamento tattico e di convivenza con le altre stelle del reparto offensivo del Biscione, il talentuoso giocatore sembra destinato a trasformarsi nell’ennesima meteora transitata ad Appiano Gentile. Poi, a gennaio, improvvisa, la svolta che segna la sua carriera: Alfredo Walter Novellino ha l’intuizione di chiederlo al suo vulcanico presidente Zamparini (evidentemente, un feeling che dura ancora oggi, tra i due), che a sua volta gira la richiesta a Massimo Moratti. Una stretta di mano e il malinconico uruguagio viene spedito in Laguna con la speranza che riesca a dimostrare qualcosa e, magari, risollevi le sue quotazioni di mercato, suscitando magari l’attenzione di qualche potenziale acquirente (all’Inter era costato una discreta cifretta, sette miliardi). E invece in cinque mesi trascorsi a Venezia, la crisalide di Montevideo, evidentemente stimolato dall’incanto architettonico della Serenissima o forse investito di una considerazione tecnica che a Milano non avrebbe neanche osato sperare, sboccia in farfalla meravigliosa. Tanti gol, 11, in pochissime partite, 19, conditi da prestazioni da urlo e da una messe di assist dei quali beneficia il buon Pippo Maniero, che da sfortunato attaccante di un’arrancante provinciale si ritrova ad essere un bomber dalla sontuosa media reti. Gli arancio-nero-verdi, dopo un girone d’andata poco incoraggiante, chiudono il campionato in una confortevolissima undicesima posizione, a una manciata di punti proprio da quella grande Inter che, senza troppi scrupoli, gli ha regalato il loro condottiero.
È a quella stagione così particolare e mai più ripetuta che si deve il “fenomeno Recoba”, che, ricondotto in tutta fretta alla casa madre, si trasforma negli anni a venire nel calciatore forse più coccolato, aspettato e “giustificato” del recente calcio italiano e internazionale. Poche partite al suo livello gli valgono anno dopo anno la conferma e il rinnovo del contratto, anche quando ai più appare chiaro che la parentesi veneziana non si ripeterà mai più. E però, come si diceva, basta una qualche magia, magari una cannonata estemporanea, una serpentina ben riuscita o una punizione dalla traiettoria michelangiolesca, per mantenere avvinto a sé l’innamorato Moratti, che, non contento di proteggere come una specie di San Giorgio ostinato il suo prediletto fuoriclasse pigro, fa anche in modo di trasformarlo tra il 2001 (anno in cui viene tra l’altro implicato e squalificato per irregolarità sul passaporto nel suo trasferimento in Italia) e il 2003 nel giocatore più pagato della terra. Sì, esatto, il più pagato di tutti! Stando alle cifre ufficiali, sul conto corrente di Álvaro transitano in quegli anni la bellezza di 7,5 miliardi di lire, un’enormità che non trova serie giustificazioni, se non nell’amore incondizionato di un presidente in grado di mettere davanti la passione per il colpo a effetto del ragazzo a qualsiasi spiegazione razionale (chissà perché, qualche anno dopo, non succede la stessa cosa con Ronaldo…).
Terminata nel 2007 la lunga parentesi interista con un bottino complessivo di 72 reti in 262 uscite ufficiali, il Chino decide di proseguire la sua avventura in Italia con il Torino, magari convinto che, come accaduto nella parentesi veneziana, giocare in una squadra più piccola e apparentemente molto fiduciosa nelle sue possibilità potrebbe rilanciarlo nonostante i trent’anni suonati. Niente di tutto questo, come pure niente nella successiva esperienza nel modesto Panonios. I gol sono pochi, le prestazioni incolori e anche i proverbiali lampi di genio sembrano un lontano ricordo.
A questo punto uno si aspetterebbe, dato anche il persistere di infortuni più o meno complicati da risolvere, che Recoba si rassegni ad interrompere la sua carriera o che magari se ne vada a giocare in qualche nuovo campionato emergente tanto per portare a casa qualche ultimo buon ingaggio.
E invece no, il Chino, che nel frattempo ha lasciato anche la “Celeste”, torna a brillare quando tutti lo danno per finito. Lo scenario è quello confortevole di casa sua, l’Uruguay. Dopo un decennio abbondante di grandi promesse europee non mantenute, ora che è tornato dalle sue parti può giocare soprattutto per il gusto di divertirsi. E questa nuova opportunità sembra farlo letteralmente rinascere: con il Danubio prima e, perfetta chiusura del cerchio, con il Nacional poi, torna ad incantare con delle giocate sconosciute ai comuni mortali. Gol da calcio d’angolo, punizioni dalle traiettorie misteriose, cannonate dalla lunga distanza con effetti incontrollabili, assist al bacio. I tifosi, i suoi tifosi, lo amano. Perché quando è in giornata riesce sempre a inventare un pezzo di bravura che fa spellare le mani e giustifica il prezzo del biglietto. Perché con la sua incondizionata per quanto non bellicosa leadership in mezzo al campo riesce a guidare il club di Montevideo alla conquista di titoli di Apertura e di Clausura contro gli odiati rivali del Peñarol. Perché in un calcio che va ormai a trecento allora anche nel “rilassato” Sudamerica, lui continua a gironzolare per il campo senza mai trasmettere un senso di inquietudine, preoccupazione. E senza mai, ovvio, darsi troppa cura degli schemi che tanto sembrano assillare allenatori e giovani calciatori.
Alla fine, quando le forze fisiche non gli consentono proprio più di andare avanti, il suo ultimo presidente, Eduardo Ache, propone addirittura di erigere una statua in suo onore nel recinto del Parque Central di Montevideo, un episodio che dà la misura di quanto questo strano e incostante campione sia comunque riuscito a fare breccia nel cuore di chi lo ha potuto ammirare da vicino.
Peccato soltanto che una stella che avrebbe potuto rifulgere nel firmamento con un’intensità paragonabile a pochi, si sia accontentata di accoccolarsi in una zona periferica del cielo senza dare troppe spiegazioni.
Ma, d’altronde, nella vita bisogna pure imparare a rassegnarsi, talvolta: la vera perfezione può essere proprio quella di aver sfiorato la vetta senza mai averla raggiunta.
E allora auguri, Álvaro, senza star lì a rimuriginare troppo!









