Atmosfere noir e periferie romane per le esilaranti avventure di Greg

Solita extended version dell’intervista fatta a Claudio “Greg” Gregori e uscita sul Metro del 28 aprile 2016.

 

Per una volta lontano dallo storico partner di avventure, Claudio Greg Gregori arriva sul palco dell’Ambra Jovinelli con AGREGgazioni dal 28 al 30 aprile.

Con questo spettacolo aveva voglia di sperimentare qualcosa di diverso da quello che fa con Lillo?

Sì, anche perché io sono molto più legato al teatro rispetto a lui, che preferisce il cinema. Mi sono divertito molto anche a lavorare con la band swing diretta dal bravo maestro Attilio Di Giovanni al piano. Credo che abbia fornito un decisivo upgrade artistico al progetto.

AGREGgazioni è tratto dal suo omonimo libro che è una sorta di pastiche. Ha dovuto lavorare molto per adattarlo drammaturgicamente?

Beh, avevo già previsto di portarlo in scena, quindi ho cercato più che altro di fare un lavoro di taglia e incolla per creare una coerenza narrativa.

È stato difficile portare in scena così tanti personaggi tutti da solo?

Sicuramente a livello mnemonico sì! E comunque è stato anche molto piacevole, perché il teatro offre la meravigliosa opportunità, se uno ne ha voglia, di essere tante cose differenti da sé e quindi di andare a recuperare anche delle sfaccettature della propria personalità che rimangono normalmente più nascoste di altre. Inoltre, va da sé, interpretare tanti personaggi diversi è anche molto divertente.

Il protagonista è un detective che assomiglia molto al Marlowe di Chandler e ai personaggi del noir anni ’40. Come lo ha creato?

Amo molto quel genere, sia a livello di cinema che di letteratura (oltre a Chandler, ho letto molto anche l’altro grande maestro del genere, Dashiell Hammett), dunque non è stato difficile prendere ispirazione. Poi ho cercato in qualche modo di renderlo più romano e simpatico per adattarlo ad una vicenda che vuole essere comica e attuale. Diciamo che è un Philip Marlowe che soffre di “albertosordite”, un investigatore che avrebbe tanto voluto vivere in America e che invece si trova a dover correre dietro a un coattello di periferia. In qualche modo, mi ci riconosco molto: lui, come me, ama l’idea di “americanità” ma si sente anche terribilmente capitolino (e italiano).

La varietà di situazioni e di personaggi che interpreta le ha posto particolari problemi a livello di messa in scena?

No, ho puntato tutto sull’essenzialità e sull’effetto comico che certe atmosfere tutte luci e ombra possono creare se reinterpretate in chiave ironica. Quindi, a parte la scrivania del mio detective e pochi altri oggetti che compaiono durante lo spettacolo, c’è attenzione soprattutto a utilizzare bene lo spazio vuoto della scena con l’ausilio della luce.

Pensa che in futuro si dedicherà maggiormente alle performance da solista?

Penso proprio di sì, anche perché Lillo mi ha detto chiaramente che per lui uno spettacolo in teatro all’anno è più che sufficiente. Dunque proverò a realizzare tutta un’altra serie di progetti che ho in mente da tempo, anche magari in contesti più raccolti rispetto a quelli in cui sono abituato ad esibirmi quando sono in coppia con lui

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