La strepitosa “Versione di Barney” di Antonio Salines

Solita extended version di un’intervista al grande attore spezzino Antonio Salines, uscita sul “Metro” del 18 maggio 2016.

È lo splendido protagonista della Versione di Barney, al teatro Belli fino al 22. Antonio Salines, 80 anni e non sentirli, ci ha raccontato qualcosa dello spettacolo.

Come si diventa Barney Panovsky?

Lavorando su se stessi, si deve partire necessariamente da lì se si vuole risultare davvero credibili in un ruolo come questo. È un personaggio che risponde ad esigenze interiori che sono un po’ di tutti e dunque bisogna guardarsi bene dentro se si vuole provare a restituirlo con intensità. Io per farlo ho messo insieme i ricordi e i bilanci di una vita. Le donne, le avventure, tutto. E solo dopo sono diventato Barney Panovsky.

L’uso di supporti video l’ha aiutata?

Odio i video, ma il modo in cui il regista Lerici li ha incastonati all’interno di una sorta di monologo controllato è stato perfetto, ho dovuto ricredermi. La resa dei personaggi ne ha guadagnato moltissimo, anche perché il video, così come viene utilizzato, si sposa perfettamente con il flusso di (in)coscienza e di memoria che il protagonista vive sul palco.

C’è spazio per un tipo umano così vero e contraddittorio al giorno d’oggi?

Non credo, non Italia. È unico, irripetibile. E poi sposa una sensibilità e un’intelligenza fuori dal comune. In un certo senso, come dicono in America, è bigger than life.

È stato difficile portare in scena una malattia come l’Alzheimer?

Abbastanza, richiede un atteggiamento corporeo bilanciato, molto sobrio. Io, per fortuna, sono uno che tende molto più a togliere che a mettere nella recitazione e quindi me la sono cavata bene.

La vedremo ancora al cinema?

Non credo. E poi il successo su pellicola dipende troppo dalla bravura del regista. Le sue scelte, il suo modo di inquadrarti, di darti rilievo sono determinanti rispetto ad altre abilità che pure un attore può avere. E poi non sempre si riesce a fare il cinema che uno vorrebbe. Io posso dire di essere stato fortunato ad aver lavorato con un maestro “alternativo” come Tinto Brass, ma mi sono sempre sentito un attore da palcoscenico. Sono poi molto contento di aver dato l’addio al cinema con una piccola parte in Spectre, il secondo 007 diretto da Sam Mendes, un vero maestro della settima arte.

A teatro, invece?

Sì, nella prossima stagione porterò in scena Luci della ribalta al Quirino. Ho cullato per anni il sogno di portare in teatro la grande pellicola di Chaplin e il personaggio di Calvero e finalmente ce l’ho fatta. Spero che quando si andrà in scena, il pubblico percepirà tutto l’amore che nutro verso questo personaggio.

Un’ultima domanda: lei è stato insieme a Carmelo Bene tra i fondatori di una delle prime compagnie teatrali autogestite del nostro Paese. Che ricordi ha di quel periodo?

Beh, né più né meno che straordinari! Ogni giorno capitava un’avventura diversa e, nonostante i mezzi che avessimo a disposizione fossero a dir poco scarsi, credo di poter affermare senza tema di smentita che abbiamo ottenuto risultati straordinari. Lavorare e vivere con un genio come Carmelo, poi, è stata un’esperienza unica, della quale serbo un bellissimo ricordo e una serie di aneddoti praticamente infinita. Ne racconto uno tanto per dare l’idea del periodo e dell’uomo: avevamo bisogno dei diritti per l’adattamento teatrale della Salomè e naturalmente non si disponeva di grandi risorse per acquisirli; in più era abbastanza nota la reticenza da parte di Camus a cedere i diritti delle sue opere ad altre persone per degli adattamenti teatrali. Ebbene, Carmelo approfittò della presenza del grande scrittore francese a Venezia per appostarsi sotto la finestra del suo albergo e trovare l’occasione di convincerlo. Dovette aspettare quasi quattro giorni per riuscirci, praticamente senza dormire mai e esposto a una pioggia sferzante. Eppure alla fine ce la fece e questo ci permise di mettere in scena uno spettacolo che ha segnato indelebilmente la storia del teatro in questo Paese.

 

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