Mezzo secolo e non sentirlo. O forse sentirlo tutto. Non una, ma due, cinque, dieci volte.
Lo scorso 30 giugno Mike Tyson ha compiuto 50 anni. Social e giornali non hanno dimenticato ovviamente di “santificare” l’evento pescando a piene mani dal vissuto di questo uomo la cui storia, come direbbero gli americani è assolutamente larger than life. Fatti veri, iperboli, sport, gossip, delirio puro, criminalità, religione, redenzione, consunzione, cadute, ascese, pagliacciate… Nella vita dell’ex ragazzo di Brooklyn non è mancato davvero nulla e va da sé che, dopo essersi letteralmente reinventato una nuova, ennesima esistenza nelle vesti (tra l’altro, giustamente) apprezzatissime di attore ed entertainer, le luci dei riflettori siano tornate ad accendersi (in barba a quella grande canaglia di Jack la Motta o del sublime Panama Al Brown, che, pur tentando la stessa strada dopo essersi ritirati campionissimi, si ritrovarono a dilettare esigue platee annoiate per qualche spicciolo)
Oddio, a spegnersi non è che prima si fossero mai realmente spente… Basta dare una rapida letta al suo True per rendersi conto che in questo mezzo secolo ad Iron Mike ne sono successe così tante da inchiodarlo perennemente su una ribalta. Poco importa che non possa essere più per ovvi limiti anagrafici quella sportiva, tanto più che anche durante il suo regno tra i pesi massimi, ad affascinare la gente e a incoronarlo come una sorta di icona degli anni Ottanta e Novanta, abbiano sempre contribuito in modo determinante le sue “imprese” al di fuori del ring.
Una cosa è certa, comunque: queste ultime sono state tali e tante da aver determinato spesso uno scarso interesse e a volte un vero e proprio disinteresse nei confronti dell’atleta Tyson. Spizzicando qua e là articoloni e articoletti, post, trafiletti e menzioni varie, di riflessioni propriamente sportive ne ho lette pochine. E anche chi in qualche modo si è arrischiato in materia, troppo spesso si è fatto distrarre dal personaggio nel formulare giudizi di grandezza assoluta. Inoltre, fatto assolutamente non trascurabile, sul tono e sui contenuti di quello che ho letto ha molto pesato la di poco precedente morte di Muhammad Alì. Considerato l’affetto che legava i due ex campioni e tenuto presente che il “Labbro di Louisville” era uno dei pochi tra colleghi ed ex colleghi che l’”ex uomo più cattivo del mondo” considerava con la dovuta riverenza (tra gli altri piace ricordare, oltre all’adorato mentore Cus D’Amato, anche il grande scrittore nero Iceberg Slim, un vero “duro”), un po’ troppe persone hanno cercato una sorta di fil rouge tra i due fatti, ricamandoci sopra con fantasia. D’altronde, già dagli albori della carriera di Tyson e ancor di più dopo la conversione muslim, in molti hanno voluto sostenere che tra il Re e il “teppista dei guantoni” ci fosse stato una sorta di passaggio di consegne come rappresentanti d’elezione della propria categoria di peso e del pugilato tutto.
Ecco, è proprio su questa presunta “staffetta di gloria” che sembra opportuno fare un po’ di considerazioni.
Quando ancora era un atleta e forse anche poco dopo l’abbandono della retta via sportiva, Mike Tyson ha dominato una categoria dei massimi che era davvero poca cosa rispetto al passato. A voler essere obiettivi, fino al tracollo contro Douglas, il più giovane campione della storia aveva incontrato forse quattro pugili di un certo livello. E se contro Berbick e contro Thomas le sue affermazioni sono state eclatanti, già al cospetto di avversari più tosti come il colto “Bonecrusher” Smith o contro Tony Tucker (atleta al quale infortuni e problemi di droga non consentirono maggior gloria) il terribile distruttore che nonostante la statura modesta sembrava poter fagocitare i suoi avversari, fu costretto a sostenere tutte e dodici le riprese per vincere. Si vogliono tirare in ballo anche Frank Bruno o Donovan Ruddock (trovando vergognoso in memoria del suo fulgido passato considerare anche un effettivo grande, Michael Spinks, che quando combatté con Tyson non era più un pugile)? Va bene, ma, obiettivamente, non mi pare si stia parlando di autentici fuoriclasse.
Prendiamo invece in esame le sconfitte. “Buster” Douglas (tra l’altro battuto dal miglior Tony Tucker) ebbe sicuramente fortuna e nell’incontrare un Tyson debilitato e nel conteggio troppo lungo dello storico match giapponese del ’90. D’accordo, si trattò di un caso. Ma Holyfield? Molti, innamorati ciechi di Iron Mike (e come non esserlo, d’altronde?), sostennero che nel primo match il ko tecnico all’undicesima ripresa fosse figlio del sopraggiunto stato di noluntas del grande “dominatore” (tesi abilmente rafforzata dallo stesso Tyson nelle pagine di True. Peccato che prima di incrociare i guantoni con l’ex re dei massimi leggeri, il Bad Boy avesse riconquistato il mondiale WBC e WBA facendo polpette di Bruno e di Seldon, che non valevano certo lo statuario Evander…). Della rivincita “morsicante”, poi, meglio proprio tacere, secondo gli stessi. Come se Holyfield, gran campione in grado di riconquistare il titolo della categoria regina per ben quattro volte, non potesse essere all’altezza…
Lennox Lewis? Ça va sans dire: Tyson non esisteva già più, altrimenti… Come se il “Leone”, con i suoi 196 centimetri abbondanti e un signor jab, qualche anno prima avesse potuto essere fagocitato in un boccone da un avversario di ben diciotto centimetri più basso. Bah! Sulle sconfitte contro Williams e McBride, invece, nulla da dire: l’idolo delle folle non era davvero più lui.
Guardiamo ora ad Alì. Anche nel suo palmares si possono contare cinque sconfitte e una cinquantina di vittorie, ma la differenza di valore degli avversari incontrati rispetto a quelli di Tyson è imbarazzante: si potrebbero addirittura non nominare fuoriclasse come Liston, Foreman, Frazier o Larry Holmes ed avere comunque un elenco incredibile. Ken Norton, Ernest Terrell, Henry Cooper, Ernie Shavers, Jerry Quarry, Jimmy Ellis, Oscar Bonavena, Joe Bugner, Buster Mathis, George Chuvalo, Jerry Quarry, Leon Spinks… Tutti questi pugili, anche coloro che non conquistarono una fetta del titolo di categoria, sono stati senza alcun dubbio superiori ai vari Berbick, Smith, Bruno, Ruddock, ecc. Che cosa ne consegue? Ne consegue che, essendo il pugilato uno sport che ha come peculiarità affascinante quella di istigare l’appassionato a confronti, paragoni, accostamenti, non si dice una bugia se si afferma che Tyson avrà sì un posto nella storia di questo sport come personaggio, ma non può trovare cittadinanza nei migliori di ogni tempo come atleta. Di solito si sostiene senza incertezze che gli siano stati superiori Joe Louis (il più bravo di tutti), Muhammad Alì, Jack Johnson, Gene Tunney e il miglior Larry Holmes. Più bravi di lui tecnicamente. Vero. In molti, e assolutamente non a torto, sono convinti che avrebbe perso anche contro Sonny Liston, Jack Dempsey e Rocky Marciano. Più distruttori e resistenti di lui. Vero anche questo. Pochi di meno sostengono poi che non avrebbe avuto molte chance neanche al cospetto di George Foreman (e ci mancherebbe! Questo è un campione il cui posto nella storia andrebbe sicuramente rivisto nelle classifiche all times!), Joe Frazier o Floyd Patterson. Sì, ipotizzabile. E già con questi, contandoli, si può notare come Tyson possa essere estromesso dal novero dei primi dieci di sempre. Ma poi… Lennox Lewis, Evander Holyfield, il miglior Riddick Bowe e forse anche un Klitschko (Wladimir ma forse anche Vitaly), tutti molto più alti di lui e tecnicamente dotati, avrebbero perso con il miglior Tyson (la storia “tangibile” ha già detto di no, come si è detto poco sopra)? E Iron Mike davvero avrebbe potuto fare un boccone dei vari Jersey Joe Walcott, Ezzard Charles, Ken Norton? E se andassimo a ripescare delle leggende del primo Novecento come Robert Fitzsimmons, Harry Wills o Sam Langford?
Ne consegue una riflessione che, per quanto scontata e abusata, è necessario fare: nella vita è molto importante essere al posto giusto nel momento giusto. E se non si può non amare, con tutte le cautele del caso, un meraviglioso campione che ha trasformato la sua vita in una travagliata, sconvolgente, ardita, a tratti commovente opera d’arte, nondimeno devono essere anche fatte delle considerazioni che siano equilibrate. Tyson ha fatto innamorare del pugilato più gente di Hagler, Leonard e Duran; Tyson, per un breve lasso di tempo, ha restituito al pugilato la centralità mediatica che aveva ai tempi dei campionissimi del passato; Tyson ha dimostrato come ci sia sempre spazio nel pugilato per delle storie, appunto, larger than life che, al di sotto di una coltre fatta di drammi, eccessi e malintesi, celano comunque una grande messaggio di rivalsa e di speranza.
Ma Tyson va anche giudicato in modo serio se si parla di boxe , perché astenersi dal farlo, soprattutto fra giornalisti e addetti ai lavori, vuol dire non lavorare per il bene di questo sport. Che è un’arte nobile e secolare; che è stata ed è una fucina di atleti, uomini e personaggi straordinari; che deve essere conosciuta per la sua vera essenza e non come una spettacolarizzazione della violenza poco al di sopra del wrestling, del catch o di qualche “diavoleria marziale mista” come quelle che circolano a decine in questo periodo. La boxe è un’emozione sanguinosa ma leale, è sudore vero, sacrificio e lezione di vita che non può essere sempre ridotta a stolido argomento da bar (anche se, se ne tornasse a parlare un po’ nei bar non sarebbe poi così male…). La boxe, che vuole e deve giustamente tornar grande, ha bisogno di essere conosciuta, raccontata, forse anche “somministrata” con argomenti e storie e personaggi tangibili, che non siano sempre e soltanto simulacri di eccesso e abiezione come a molti piace far credere, ma siano invece, come sono, esempi di grande sacrificio, di tenacia, di umana grandezza.
Va bene quindi sfruttare il “volano” Tyson anche per i suoi effetti pubblicitari a posteriori, ma chi di dovere si sforzi di parlare anche di altro, nell’anno di (dis)grazia 2016. Si sforzi di raccontare le gesta di chi ha scritto la storia sportiva di questa disciplina. Si sforzi di far conoscere alle nuove generazioni atleti straordinari, che, nell’epoca di Youtube al telefonino, possono davvero far capire cosa ci sia di nobile ed esteticamente sublime in uno scontro fra due uomini. Si sforzi, soprattutto, di aiutare con un suo contributo di conoscenza e vero amore a restituire dignità al mondo delle dodici corde. Che troppe sigle mondiali e troppi capi e “capetti” sparsi in tutto il mondo stanno condannando a un ruolo sempre più marginale. Che troppi interessi di parrocchia e di soldi facili hanno imbolsito. Che troppi stolidi modelli di violenza ottusa e senza funzioni sociali hanno obliato.
Viva Mike Tyson, quindi: lo ameremo tutti per sempre, soprattutto noi quasi quarantenni che con i suoi ganci, i suoi montanti e le sue schivate siamo in qualche modo cresciuti. Ma viva anche la storia del pugilato-quello-davvero-super e soprattutto questo meraviglioso sport vivo e vegeto che i più giovani devono conoscere e imparare ad amare. Nella speranza che tra qualche tempo, i ragazzini, oltre a parlare di Cristiano Ronaldo, Leo Messi e Gareth Bale, possano commentare le gesta di Román “Chocolatito” Gonzáles, Sergej Kovalëv o Vasyl Lomachenko.
Mettendo così definitivamente ko questo brutto periodo.










Umbo
2016-07-08 at 15:14Na crema sto articolo!
Bravissimo