Marco Travaglio senza pietà contro la stampa lecchina

Questa è la extended version dell’intervista uscita il 12.10.2016 su “Metro”.

 

Dopo il successo dello scorso anno, Marco Travaglio torna sul palco del Teatro Vittoria fino al 16 ottobre con il suo fortunato Slurp (info: 065781960).

Castigare mores ridendo: è davvero l’unico modo rimasto per stigmatizzare i mali di questo Paese?

Di sicuro è il più efficace quando si tratta di argomenti importanti come la piaggeria mostrata da certa stampa verso persone che hanno rovinato l’Italia. Bisogna criticare i potenti quando sono al potere, non a danni fatti. Dopo diventa soltanto uno “sport giornalistico” senza nessuna utilità.

Esiste una cura per guarire l’ipocrisia dei mass media?

Usare il ridicolo, perché spinge la gente a indagare sulle cose e a diffidare degli ipse dixit con i quali spesso si fa informazione. Nello spettacolo, per esempio, ha avuto un’importanza molto significativa la performance di Giorgia Salari, soprattutto nel riprodurre certi tipici atteggiamenti creduloni dell’italiano medio. Così come il lavoro di messa in scena di Valerio Binasco.

Ha avuto difficoltà particolari nel ruolo di giornalista sulla scena?

No, anzi. Mi piace utilizzare un linguaggio differente da quello solito, perché mi permette di avvicinarmi molto di più alla gente. Di solito, quando si fa il giornalista e basta, si tende a essere un po’ troppo monocromatici nel modo di esprimersi e spesso si rischia una sorta di autoreferenzialità che, invece, una dimensione come quella scenica e un modo di esprimersi differente riescono a scongiurare.

Ha fatto riferimento a qualche modello drammaturgico in particolare per Slurp?

No, perché sono un giornalista e non uno scrittore di teatro. Di certo mi sono avvalso delle precedenti esperienze drammaturgiche degli altri miei spettacoli per costruirlo al meglio. Confrontandolo con il libro che porta lo stesso nome, Slurp vuole essere più racconto, più storia. E poi, rispetto all’edizione passata, non ho potuto fare a meno di aggiornarlo con qualche riferimento ai temi referendari con i quali veniamo costantemente bombardati in questi giorni.

Crede che riuscirà a ripetere i successi ottenuti con rappresentazioni dell’anno scorso?

Beh, nel 2015 ho ottenuto tre sold out consecutivi a Roma e credo molto sia dipeso dal potere del passaparola che per il teatro, mancando spesso un’adeguata promozione mediatica degli eventi, riveste un ruolo fondamentale. D’altronde non sempre si può fare affidamento sulla risonanza mediatica quando si tratta di aspettative nei confronti di una propria opera. A me, per esempio, è successo di avere libri in testa alle classifiche di saggistica che non hanno ottenuto neanche una singola recensione. Può sembrare incredibile, eppure è così. Per questo ritengo che il passaparola possa essere sempre e comunque l’arma determinante nel successo di uno spettacolo, di un libro o di una iniziativa in genere.

Qual è il futuro del giornalismo?

Io sono ottimista. Il nostro è un lavoro di grande importanza, che offre grandi possibilità a chi lo fa, soprattutto perché può diventare un’alternativa approfondita e razionale rispetto all’informazione della televisione e degli altri mass media. Ma è anche un mestiere che va fatto bene, con coscienza, e soprattutto senza mai essere sufficienti e supponenti. Io credo che sia sempre necessario suffragare le proprie argomentazioni con delle prove certe, non dando niente per scontato come purtroppo spesso si tende a fare. Limitarsi a sparare a zero su qualcuno come  molti fanno, non credo si una dimostrazione di “palle”. Avere le palle in questo lavoro, secondo me, significa verificare ogni cosa con tutti gli scrupoli che merita e non star lì semplicemente a puntare il dito accusatore.

 

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