Lino Guanciale, narratore pasoliniano tra i “Ragazzi di vita”

A chiusura simbolica dell’anno che il Teatro di Roma ha dedicato a Pasolini, dal 26 ottobre al 20 novembre arriva sul palco dell’Argentina Ragazzi di vita, diretto da Massimo Popolizio. Tra i protagonisti, Lino Guanciale con il quale abbiamo scambiato quattro chiacchiere.

Il regista le ha affidato un ruolo delicato: narrare le varie storie raccontate nel romanzo dello scrittore bolognese.  Come ha lavorato per interpretarlo?

Ho cercato di sviluppare un personaggio non didascalico, in grado di reggere il ritmo frammentario del libro e di riuscire ad essere in linea con l’uso del discorso indiretto che fa Pasolini e che costituisce, a mio giudizio, la cifra stilistica peculiare dell’opera. Il mio narratore è come un “ladro” che ruba pezzi di vita dei ragazzi cercando di comporli insieme. Usa un altro linguaggio, è un’altra persona. Ma ne è anche irresistibilmente attratto, tanto da suggerire in modo neanche troppo velato una certa lacerazione interiore per non essere uguale a loro, alla loro poesia esistenziale.

Dopo oltre 60 anni, quest’opera continua a scandalizzare. Perché?

Perché mette al centro del proprio orizzonte estetico-poetico i poveri, la gente che puzza. Pasolini ha donato ai suoi “ragazzi di vita” una dignità che spaventa l’establishment e suggerisce una bellezza diversa, difficile da tollerare. La grandezza dell’attacco pasoliniano al potere con Ragazzi di vita è stata quella di colpire il cuore del potere non già con l’invettiva, ma con la poesia, con una alternativa poetica, anzi, che oggi come ieri picchia forte, fa assolutamente male al castello di assiomi sociali edificato da chi sta in alto.

Si è trovato bene a lavorare con un cast così giovane?

Moltissimo. C’è stato un grande scambio energetico e poi, per una volta, non sono stato il più piccolo del cast! Mi sono sentito una specie di chioccia e ho aiutato questi ragazzi a liberare in scena tutta la loro vitalità. D’altronde Massimo Popolizio voleva che sul palco ci fossero una masnada di selvaggi a interpretare i “ragazzi di vita”. Credo che l’obiettivo sia stato centrato.

Pasolini ha avuto un ruolo importante nella sua formazione o è semplicemente un autore che le piace come altri?

Devo dire che sento una maggiore affinità “lirica” con Sanguineti e che, da un punto di vista di linguaggio letterario, mi suggestiona di più l’ingegner Gadda. Però è anche vero che tutta la produzione di Pasolini, dalla narrativa al cinema, passando per la poesia (alcune sue composizioni sono oggi tra le mie favorite di sempre), mi ha segnato. Oltre che una pietra angolare della letteratura italiana, io lo considero un elemento fondamentale del costume di questo Paese. E poi il suo attacco sempre appassionato ai potenti, soprattutto in termini di slancio e purezza, non può lasciare indifferenti. E, infine, ringrazierò per sempre Pasolini per avermi permesso di fare un’esperienza bellissima: infatti, con il patrocinio del Teatro di Roma che ha voluto questa iniziativa a sostegno dello spettacolo, ho avuto la possibilità di andare in giro per molte scuole romane a parlare di lui, a cercare di far capire ai ragazzi chi fosse veramente. Un’esperienza umana impagabile che mi porterò sempre dentro.

Crede che la modernità della sua poesia “di strada” sopravviva nello spirito di qualcuno ai giorni nostri o debba essere considerata ancora oggi tutta sua?

Se dovessi fare un nome, farei quello di Pier Vittorio Tondelli. Con Altri libertini, ma anche con altri scritti meno conosciuti, questo grande scrittore ha riportato l’attenzione sul concetto di “strada” e soprattutto sull’importanza per chi scrive di far parte di quello che racconta. Ma comunque la lezione di Pasolini ha in qualche modo illuminato tanti artisti e di tanti ambiti diversi. Mi viene per esempio da pensare anche ai primi CCCP, che con il loro discorso musicale degli esordi perseguivano dei fini estetici che mi sembrano non troppo lontani da quelli del poeta di Casarsa. Più in generale, direi che per chi, come me, è nato nella seconda metà degli anni Settanta e che, quindi, ha vissuto con una certa maturità intellettuale la propria gioventù negli anni Novanta, Pasolini è stato un faro, ci ha insegnato a vivere “dentro le cose”.

Chi sono i “ragazzi di vita” dei giorni nostri, se esistono?

Certo che esistono, soltanto che non sono più italiani. Sono tutti quei ragazzi che incontri nelle stazioni o dentro la metro e che hanno, magari, un colore diverso della pelle e si sono ritrovati nel nostro Paese dopo esser dovuti fuggire dalle proprie terre d’origine a causa di una guerra o del fanatismo religioso. Guardandoli negli occhi, ti rendi conto che si portano dentro quella scintilla di poesia incontaminata che certi (dis)valori contemporanei hanno completamente spento nei loro coetanei italiani.

 

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