Lì, dove nacque Jeff Buckley

Correva, è proprio il caso di dire, l’anno 2000.

Nel disordine assoluto della mia vita di studente universitario e aspirante non so cosa, trascinavo le giornate in un vortice di incostanza assoluta e meravigliosamente pura, misurando la magia di quasi ogni notte e stando molto attento ad evitare le staffilate del sole, al mattino. Tra un temutissimo esame di linguistica generale con il professor Tullio De Mauro e uno sgangherato affastellare parole e letture che non conosceva orari, mi dedicavo -come anche oggi, d’altronde- a lunghe passeggiate che partivano da Tiburtina zona Stazione e si sfilacciavano senza nessuna logica apparente in tutta l’Urbe.

Ogni tanto, come era giusto che fosse, qualcuna di queste ricognizioni podistiche senza senso, mi conduceva anche dalle parti dell’università “La Sapienza”, dove, con una certa fatica, mi costringevo a stazionare almeno un paio di volte la settimana per seguire le lezioni di Storia del Cinema. Ebbene, proprio durante una di queste soste forzate, salendo la scalinata di Lettere e preparandomi a una lunga dissertazione su Ėjzenštejn del professore, mi imbattei in una locandina gigante che mi lasciò senza fiato: Mary Guibert, la mamma di Jeff Buckley, di lì a qualche giorno sarebbe venuta a presentare il video Live in Chicago nell’aula magna di facoltà in compagnia di Michael Tighe!

Ora, gioverà sapere che in quei giorni di selvaggia anomia, in realtà un punto fermo nella mia vita c’era eccome, e c’era da ormai quasi tre anni a quella parte: ascoltare Jeff Buckley. Lo facevo in modo compulsivo, di pomeriggio, di notte e, quelle rare volte che riuscivo a levarmi, la mattina. Lo ascoltavo con le cuffie nel letto, al massimo del volume nella polverosa doppia che dividevo con l’amico Costantino, in cucina, mentre mi facevo la doccia, da solo, in compagnia, ovunque. Non c’era mai stata, fino a quel momento, una passione musicale che io avessi vissuto con tale intensità. E sì che, ieri come allora, di rock mi cibavo con un appetito insaziabile. Ma niente, neanche i primi amori per Metallica o per i Sex Pistols potevano essere paragonati a quella follia uditiva che mi aveva preso nei confronti di quel ragazzo che avevo conosciuto, grazie al formidabile amico Eros, giusto una settimana dopo la sua morte. Difficile da credere, in primo luogo per me stesso, in quanto le cose che ascoltavo in quel periodo gravitavano tutte in area hard rock ed heavy metal senza alcuna eccezione. Lui, invece, mi trafisse immediatamente. Bastarono i primi dieci secondi di Mojo Pin per perdermi completamente a me stesso e per abiurare il mio passato da integralista “siderurgico”. Ma soprattutto bastò il primo, dolcissimo ascolto integrale di Grace per capire che molte delle risposte che andavo cercando nella mia vita di giovine inquieto erano scritte col fuoco nei solchi ottici di quel dischetto.

Insomma, come stavo dicendo, la notizia dell’arrivo della genitrice del Profeta mi catapultò all’istante in un istato di agitazione che durò fino al giorno della presentazione. Con l’amica Daniela Senese, ce ne partimmo dalla Tiburtina con grande anticipo rispetto all’orario di inizio, guadagnando due posti in primissima fila e due copie della locandina (che conservo ancora oggi). In attesa che la bella e multinazionale mamma di Jeff facesse il suo ingresso in aula, per ammazzare il tempo, riflettevo su cosa potesse provare ad aver avuto un figlio così e su come fosse stata la sua storia d’amore con il padre dell’Amato, il sublime Capitan Tim. In che modo aveva elaborato la perdita (se aveva cominciato a)? Cosa aveva provato quando Buckley senior l’aveva lasciata?

Mentre che mi baloccavo con queste domandine tutto sommato un po’ stupide, lei arrivò. Era una donna dall’aspetto elegante e, ancora oggi, mi ricordo il sorriso compiaciuto e gli occhi luccicanti con i quali abbracciò la grande aula stracolma ormai in ogni ordine di posto e con molta gente in piedi. Sollecitata dalle domande di Ernesto Assante e dell’ottimo Giulio Casale, Mary Guibert raccontò tante cose del figlio scomparso, insistendo particolarmente sulla responsabilità che avvertiva nel doverne gestire un’eredità artistica di cui il grande pubblico conosceva poco le dimensioni (e infatti, dalla scomparsa di Jeff fino ai giorni nostri, si può dire che non sia passato anno senza che qualche novità saltasse fuori). Mi colpì molto la sua dignità, la forza con la quale una mamma deprivata del suo bene più prezioso riuscisse comunque a programmarne il futuro in absentia, purtroppo, perenne. Mentre scorrevano le immagini del live a Chicago e mentre Michael Tighe raccontava qualche aneddoto sul makin’ of  di Grace o di vita on the road, covavo dentro di me un desiderio irresistibile di omaggiare questa signora in modo non convenzionale. Abbracciarla dopo la presentazione? No, sarebbe stata una cosa sconveniente e difficile da fare. Cercare di raffazzonare qualche profonda frase in inglese per testimoniarle cosa avesse significato il lavoro di suo figlio per la mia vita? No, banale e non avrebbe comunque reso il senso più alto dell’intenzione.

L’idea mi venne mentre, insieme a tanti altri, mi avvicinavo al tavolo della conferenza per vederla da vicino e porgerle un rispettoso saluto. Stava stringendo la mano dell’ultimo ragazzo davanti a me, quando incrociammo lo sguardo. Un istante dopo, ci ritrovammo face to face e lei allungò la mano per stringermela. Con un movimento molto lento –volevo che vedesse bene da dove “partiva”- mi portai il palmo della destra sulla bocca, lo baciai e, con una risoluzione quasi felina, glielo appoggiai un istante sulla pancia. Se rimase interdetta da quell’iniziativa così poco ortodossa non lo scoprirò mai. Ricordo però il suo sorriso pieno di luce che mi accompagnò mentre mi facevo da parte per fare spazio al “pellegrino” successivo.

Poi, incominciai a cantare mentalmente Lover, you should’ve come over e mi avviai verso l’uscita.

 

Proprio oggi Jeff avrebbe compiuto mezzo secolo. Ho visto che molti giornali hanno voluto ricordarlo, ripercorrendo più o meno diffusamente le tappe fondamentali della sua vicenda umana e artistica. Questa è una cosa che io non posso fare, perché l’amore che mi lega e sempre mi legherà a lui, inibisce qualsiasi atteggiamento “giornalistico” e/o obiettivo. Jeff Buckley è stato uno dei più grandi regali che questi 39 e rotti anni di vita mi abbiano fatto e, naturalmente, tale percezione mi predispone ad un atteggiamento “apologetico” che stonerebbe in un normale resoconto o tributo da fan. Ed ecco perché -con un atteggiamento piuttosto gonzo journalism, ne convengo- ho preferito ricordarlo raccontando un episodio personale che lo chiama in causa indirettamente, ma con una base, diciamo così, “sentimentale” mostruosa.

 

E dunque, caro Jeff, spero che dalla tua nuvoletta nel cielo (perché se il Paradiso esiste veramente tu non puoi che essere lì, in un azzurro più azzurro di altri), avrai apprezzato il mio augurio di “buon compleanno”. Vorrei aggiungere che ti porto sempre con me, Stra-ordinaria Creatura. Sei tatuato sul mio braccio, ma soprattutto sei marchiato a fuoco dentro a questo cuore che per te è impazzito.

Everybody here misses you.

Non ti dimenticherò mai. Non potrei neanche se ci provassi.

Per sempre tuo.

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