È il protagonista di “Molière: la recita di Versailles”, fino al 12 al Vittoria. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Paolo Rossi.
In questo spettacolo, oltre a recitare nel ruolo di se stesso e di un attore, porta in scena Molière personaggio. È stato difficile?
No, perché Molière era un grande uomo di teatro a tutto tondo: conosceva i problemi legati alla gestione di una compagnia, era un capocomico e un autore. Esattamente come me. Per lui la metateatralità era come il pane quotidiano.
Qual è secondo lei la lezione più importante che ci ha lasciato?
Innanzitutto, che non bisogna rifuggire dal conflitto con il potere. E poi che il teatro non è un ambiente per “bravi ragazzi”, nel senso che, se si può rubare da qualcun altro -e lui prese molto dalla nostra Commedia dell’Arte- non bisogna aver paura di farlo. Anche Picasso faceva così. E molti, molti altri artisti al di fuori del mondo del teatro.
C’è una sua opera che preferisce, che ritiene più significativa?
No, non ho mai avuto una preferenza netta. Io credo che in ogni singola cosa che si fa, che sia uno spettacolo proprio o la messa in scena di un classico, si debba sempre e solo ragionare sulla funzionalità espressiva, sulla necessità del momento. L’importante è fare qualcosa che si sente. In questo senso, lavorare con gli autori è sempre meglio. Non bisogna però farlo con un atteggiamento impiegatizio.
Che importanza ha l’improvvisazione in questa sua performance?
È uno spettacolo basato sull’interazione con il pubblico, dunque, come nella tradizione della Commedia dell’Arte, si parte da un canovaccio per trasformarlo in qualche cosa di sempre diverso. Di conseguenza, l’improvvisazione non può che essere fondamentale.
A proposito di tradizione: come mai secondo lei la commedia italiana oggi sembra non esercitare più il grande fascino di un tempo?
Girando per il mondo (proprio io, tra l’altro, che non conosco una lingua straniera! A riprova che il linguaggio del teatro è universale), ho incontrato compagnie di italiani residenti all’estero il cui lavoro era molto apprezzato dove si esibivano e invece quasi misconosciuto qui da noi. Io penso che il vero problema sia questo.
C’è un ambito del mondo dello spettacolo che crede di non aver ancora ben approfondito?
No, io mi autogestisco e faccio sempre quello che voglio, quindi quello che mi piace. Se tengo a una cosa, prima o poi riesco a trovare il modo di farla.








