Catherine Spaak e il mito di Colette a teatro

È l’autrice (insieme  a Marzia G. Lea Pacella) e la protagonista di “Colette, una donna straordinaria”, fino al 26 febbraio al Teatro Parioli, per la regia di Maurizio Panici. Catherine Spaak ci ha parlato del suo spettacolo.

Come mai ha deciso di raccontare la grande scrittrice francese attraverso i suoi uomini?

Essendo stata una donna che nella sua esistenza movimentata e anticonformista ha vissuto tanti amori, mi sembrava giusto cercare di farli conoscere dando voce anche ai suoi uomini. E poi non prediligo molto la formula del monologo, non mi piace stare in scena da sola. Ho quindi considerato questi due fattori e ho pensato ad un certo tipo di racconto piuttosto che a un altro. E poi l’idea di uno pièce su Colette non è stata così immediata: all’inizio, infatti, avevo considerato l’ipotesi Coco Chanel, della quale, però, si è già detto molto nel mondo dello spettacolo.

Chi era davvero Colette, secondo lei?

Una donna fuori dal comune, una grande artista che ha vissuto da protagonista assoluta un’epoca irripetibile come quella della Parigi anni Venti. E poi è stata lei stessa un autentico personaggio, stravagante, straordinariamente creativo, egocentrico e nello stesso tempo molto fragile.

Qual è stata la sua lezione più importante?                 

Lottare per la propria libertà di donna e di artista, senza farsi sfruttare dagli approfittatori, come ad esempio il suo primo marito.

Crede che abbia in qualche modo mostrato alle donne un nuovo modo di vivere di concepire l’amore?

Penso proprio di sì. Con la sua vita e con le sue opere ha tracciato una nuova strada, che poi è stata seguita da molte donne prima in Francia e poi all’estero.

È stato difficile portare in scena una simile icona?

Molto, anche perché in Italia non sono disponibili tutte le traduzioni dei suoi libri e delle sue biografie. Dunque, ho dovuto fare un grande lavoro di ricerca. Che, però, è stato anche assai stimolante. Sicuramente mi ha aiutato molto il fatto di essere di madrelingua francese, ho potuto accedere a delle fonti alle quali altrimenti non avrei potuto avvicinarmi e che sono state fondamentali nello strutturare la parte.

Scandalizzare, secondo lei, è l’unico modo per rompere certe regole?

No, oggi come oggi direi proprio di no. Siamo talmente sprofondati nella superficialità e nella volgarità, che il concetto stesso di scandalo mi sembra aver perso significato. Basti pensare al modo in cui i giovani si approcciano al sesso. Vedo in giro solo una grande aridità e sono molto preoccupata per il futuro, e per quello delle nuove generazioni in particolare.

Che posto occupa questo ruolo nella sua carriera?

Molto importante. Io non ho lavorato spesso in teatro, però ho sempre considerato la ribalta un banco di prova fondamentale, sia come attrice che come persona. Sulla scena ho avuto modo di fare i conti con alcuni aspetti decisivi della mia personalità e di superare tante incertezze. Tra l’altro Colette potrebbe essere anche la mia ultima prova come attrice teatrale. Ci sto riflettendo. Vorrei che fosse apprezzata perché, far conoscere meglio al pubblico un grande personaggio come lei, per me equivale a dare un grande abbraccio all’Italia, un Paese dal quale ho avuto tantissimo.

Quali sono i registi e i personaggi del mondo dello spettacolo con i quali ha lavorato che crede le abbiano insegnato di più?

Devo moltissimo ad Alberto Lattuada, perché è stato il primo a credere in me. La mia fortuna è stata quella di arrivare in Italia nella stagione d’oro del vostro cinema, gli anni Sessanta. C’erano registi notevoli e straordinari autori, si giravano capolavori in continuazione, si facevano grandi esperienze culturali e umane. Aggiungerei però che non era periodo facile per una donna che faceva il mio mestiere, perché c’era ancora un forte maschilismo (e maschilisti, chi più o chi meno, lo erano anche colleghi come Gassman, Mastroianni o Tognazzi) e non era facile stare su un set dove, magari, tu attrice ti ritrovavi sola in mezzo a molti uomini. C’è voluta tanta forza di volontà, non è stato solo rosa e fiori come si potrebbe pensare.

 

 

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