Fino al 5 marzo, al Teatro Greco, sarà il protagonista di “Peace”. Antonio Giuliani ci ha parlato un po’ del suo spettacolo.
Dove e come si comincia a costruire la pace?
Cercando di stabilire ciò che ci fa stare male e ci disturba nella vita di tutti i giorni. Tutto quello che non rientra in questo ambito, è la base sulla quale si costruisce la pace. Oggi viviamo in un’epoca di tensioni e stress senza fine, il riposo e la tranquillità, soprattutto per chi vive in grandi città come la nostra, come Roma, sembrano essere delle vere e proprie chimere. E invece non può essere così, una persona deve avere la possibilità di vivere in pace altrimenti non potrà mai esserlo con i suoi simili. Nello spettacolo, tra l’altro, rifletto anche sul famoso peace and love degli anni Sessanta, domandandomi come mai il Paese che ha dato origine a quella che potremmo considerare la più grande utopia dell’epoca contemporanea, sia anche lo stesso che per ottenere la pace nel corso della Seconda Guerra Mondiale ha sganciato l’atomica su Hiroshima e Nagasaki. C’è una bella contraddizione, no? Il finale, poi, è dedicato alle vignette apparse su “Charlie Hebdo” dopo le tragedie di Amatrice e di Rigopiano: mi domando fin dove debba arrivare la satira e l’ironia, chiaramente in una chiave ironica e satirica.
Cosa può fare la comicità per aiutare a raggiungere questo obiettivo?
Molto. Aiuta a rilassarsi e a non pensare, dunque dispone in uno stato d’animo positivo nei confronti di se stessi e degli altri. Quello necessario a costruire la pace.
Lei crede che l’ironia sia ancora uno strumento efficace per stigmatizzare e, magari, cambiare le storture del mondo?
Penso che fino a qualche decennio fa sia stata molto più utile. Oggi, viviamo in un’epoca in cui, anche a causa dei social, è diventato difficilissimo stabilire se un fatto è vero o meno. Quindi è diventato molto più complicato anche far sorridere su quello che succede. Diciamo che bisogna continuare a crederci.
Ora che ha 50 anni, pensa sia cambiato il suo modo di far ridere rispetto agli esordi?
Sì, il passare degli anni implica inevitabilmente un modo di ragionare e delle responsabilità diversi che si ripercuotono anche nel mio lavoro. Questo, però, non vuol dire non essere moderni o non provare a ironizzare, come faccio in “Peace”, sulle differenze generazionali, in particolar modo quelle legate al linguaggio. Si vengono a creare dei momenti che credo faranno divertire molto il pubblico
“Peace” è uno spettacolo strutturato o è aperto a possibili modifiche legate all’improvvisazione?
Dal debutto ad oggi, mi sento di dire che è cambiato del 75%. Con Maurizio Fancabandiera, il coautore, abbiamo sempre immaginato una sorta di contenitore in cui far confluire le ispirazioni del momento, anche tenendo in considerazioni le reazioni del pubblico alle battute e ai tempi comici.
Qual è la sua dimensione spettacolare preferita?
Il teatro, senza dubbio. Contrariamente al cinema o alla televisione, sulla scena non puoi sbagliare e, oltre che di te stesso, sei responsabile anche degli altri.
Ha un sogno nel cassetto che ancora non è riuscito a realizzare?
Mi piacerebbe approfondire la mia esperienza da doppiatore. Dopo l’esperienza in “F is for Family”, ho capito che mi piace moltissimo prestare la mia voce ad altri personaggi. Il progetto più ambizioso, però, è un altro: mi piacerebbe tanto poter realizzare come regista un film tutto mio. In realtà, qualche tempo fa ci ero anche riuscito, con una commedia, “Mia figlia si sposa”, che avevo girato in Puglia e di cui la produzione bloccò l’uscita. Spero di avere presto un’altra opportunità, perché credo di avere tutte le qualità e l’esperienza necessarie per una sfida di questo tipo








