Per Tony Saccucci, Leone Jacovacci fu tra i più grandi

“Il mio documentario, oltre a voler raccontare una storia affascinante e poco conosciuta sul razzismo, vuole celebrare un campione, Leone Jacovacci, al quale soltanto la sfortuna ha negato un posto di riguardo nella storia della boxe”.

È con queste parole che il regista Tony Saccucci ci ha parlato del suo “Il pugile del duce”, da poco sugli schermi dei cinema italiani.

Jacovacci era davvero il fuoriclasse che si intuisce nel film?

Assolutamente. Era un talento naturale dotato di gran tecnica e di un pugno devastante ed aveva risorse atletiche fuori dalla norma per il periodo durante il quale ha combattuto. Credo che possa essere considerato tra i primi veri pugili “moderni” della storia, basta osservare come si muoveva sul quadrato. Non sembra un atleta degli anni Venti, ma un professionista dei guantoni dei giorni nostri

Secondo lei, dove sarebbe potuto arrivare ai giorni nostri?

Avrebbe dominato la scena mondiale così come ai suoi tempi, se il Fascismo non lo avesse boicottato per il colore della pelle. Basti pensare che, al di là della conquista del titolo europeo dei medi contro Bosisio, durante la sua carriera sconfisse anche il detentore della cintura dei mediomassimi e malmenò in allenamento il grande George Carpentier. Inoltre, venne scelto personalmente dal grande Jack Dempsey come sparring partner. E se un mostro di potenza come il “Massacratore di Manassa” ti sceglieva, qualcosa voleva pur dire. Io credo che per la sua capacità di combattere senza alcun problema tra i 72 e i 78 chili, non solo sarebbe stato un peso medio super, ma anche un grandissimo mediomassimo.

Più forte del famigerato Carnera, quindi?

Secondo me non ci sarebbe stato incontro. Jacovacci lo avrebbe messo ko. Se ci si pensa, Max Baer, che mise più volte a terra il gigante di Sequals, era solo pochi centimetri, sette circa, più alto di Jacovacci e, come lui, aveva una potenza esplosiva.

Crede che il suo documentario possa aiutare a ridare un po’ di lustro al pugilato italiano?

Onestamente no, perché il problema, per come la vedo io, non sta tanto nella mancanza di figure di spicco, ma di risorse economiche e di visibilità. Negli anni Venti, la boxe era lo sport principe. Oggi, anche per questioni sociologiche, non cattura più l’attenzione della gente che preferisce guardare una partita di calcio o anche altri sport. Ed è un vero peccato.

Come mai nel documentario non ha raccontato molto della carriera di Jacovacci dopo la vittoria del titolo europeo dei medi contro Bosisio del 1928?

Perché mi interessava innanzitutto far capire alla gente come il Fascismo abbia boicottato la carriera e la vita di un pugile che era una stella assoluta per mere questioni ideologiche e razziali. E poi perché Jacovacci, dopo aver dovuto subire il pesante ostracismo da parte del regime di Mussolini, non fu più lo stesso. Continuò sì a combattere ancora per un po’, ma senza più quel trasporto, quella grinta che ne avevano fatto il campionissimo che in realtà era. Comunque, nella versione dvd della mia pellicola ci sono una mia lunga intervista che racconta le gesta sportive di Leone dopo quell’anno e una ricca galleria fotografica che dà qualche spunto.

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