Alessandro Benvenuti tra comicità e mistero

“L’idea guida dello spettacolo è quella di utilizzare la comicità per dipanare una storia intricata che fa pensare a un giallo. È il mio terzo lavoro improntato su questa commistione di generi e mi sembra che il pubblico la apprezzi molto. Si sfrutta la gradevolezza di ciò che fa ridire sposandola con qualcosa che dà un senso di profondità, che risulta intrigante. Tra l’altro la componente “gialla” aiuta a dare coerenza ai diversi momenti dello spettacolo che, altrimenti, potrebbero risultare un po’ irrelati. Io, questo tipo di teatro, lo definisco “della sorpresa”. Mi pare renda bene l’idea di quello che accade sul palco.”

Fino al 7 maggio, Alessandro Benvenuti è al Della Cometa con “Chi è di scena”, da lui scritto, diretto e interpretato.

C’è un messaggio particolare che vuol lanciare con questa sua opera?

Sicuramente di non cedere al pessimismo che oggi sembra tanto imperante. E, in questo senso, credo sia assai funzionale utilizzare una struttura che rimanda al giallo e al thriller, perché questi generi, come fu per il fumetto negli anni ’70, sono quelli che aiutano meglio a focalizzare le nevrosi della nostra società. Bisogna sforzarsi sempre di essere profondi, interessanti, altrimenti la ragion d’essere del nostro lavoro verrebbe  meno.

Lei che è sulla breccia da tanto: come si rinnova costantemente il meccanismo comico a teatro?

Con il coraggio e la sperimentazione. Con la consapevolezza che una formula che magari sembra funzionare per un certo periodo della propria carriera, non deve diventare un cliché, una prigione dalla quale poi diventa impossibile evadere. Per quanto mi riguarda, poi, non ho neanche l’iconografia classica dell’attore comico e la considero una fortuna, perché questo fatto mi costringe a rinnovarmi continuamente. Il vero artista precede sempre di un paio di metri il proprio pubblico, perché sa che deve rischiare, avere coraggio, studiare con costanza e, soprattutto, credere in se stesso.

La stessa cosa vale anche per il cinema e la televisione?

Senza alcun dubbio. Bisogna porsi il problema di fare qualcosa di interessante, non ragionare in termini di medium. C’è qualcosa di interessante da fare al cinema? Bene, la faccio. C’è qualcosa di interessante da fare in televisione? Bene, faccio anche quella. Per quanto concerne quest’ultimo ambito, ho notato che da un po’ di tempo Sky sta producendo e mandando in onda delle fiction molto belle e quelle italiane possono essere considerate ormai di livello internazionale e favoriscono non poco quel discorso di qualità e sperimentazione al quale facevo riferimento prima. In questo senso, mi ha fatto molto piacere far parte del cast de “I delitti del Barlume”, che credo sia un ottimo lavoro.

Si ispira a qualche autore in particolare?

No, mai. Leggo molto, vedo molti spettacoli, molte serie tv, ma poi scrivo le mie cose in assoluta libertà, seguendo solo il mio istinto. Mi considero un autodidatta. Questo non vuol dire, ovviamente, che non mi piacciano tantissimi autori. In Italia, rimanendo nell’ambito del giallo e dintorni, potrei citare il mio amico Marco Vichi e Malvaldi, ma solo per fare due nomi. Sono poi appassionatissimo di Jo Nesbø.

In questo seguire solo il suo istinto, si trova meglio a teatro o nel cinema?

È una questione di stimoli sul momento, non preferisco necessariamente l’uno all’altro. L’importante, come dicevo, è che ci sia qualcosa da dire e si trovi  il modo di poterlo dire. Non ho alcun problema a passare dal teatro al cinema o viceversa, mi piace parlare più “lingue” per fare un discorso unico.

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