Francesco Montanari si dà al poker in scena

 

Dal 24 ottobre al 5 novembre, Francesco Montanari sarà il protagonista al Parioli di “Poker”, di Patrick Marber. Ecco le sue impressioni prima di salire in scena.

Cosa l’ha convinto a scegliere questo ruolo?

Volevo innanzitutto lavorare con Antonio Zavatteri (il regista dello spettacolo, ndr) e la compagnia Gank, dei quali ho grande stima. E poi il fatto che il mio personaggio ha una forte componente di fanciullezza e sembra sempre in opposizione con il mondo adulto. Mi ha permesso di esplorare la mia anima bambina.

Il poker è un po’ una metafora della vita e dei suoi rapporti?

Sì, soprattutto in questa black commedy molto intelligente, in cui l’autore, attraverso il gioco delle carte e le dinamiche che esso sa innescare, ripropone in modo convincente certe situazioni della vita di ogni giorno.

Si sente più a suo agio con gli autori contemporanei come Marber rispetto ai classici?

Sì e no. Vede, io sono un trentatreenne molto social, mi ritengo pieno di esigenze e di temi da sviluppare, proprio come la maggior parte dei miei coetanei e dei ragazzi più giovani. E noto che gli autori contemporanei, in questo senso, riescono a intercettare con più facilità le mie istanze e quelle del pubblico più giovane. È vero, però, che i classici custodiscono degli archetipi letterari ed esistenziali -l’odio, l’amore, la famiglia, il tradimento, il desiderio- che li rendono irresistibili. Il prossimo anno, per esempio, porterò sul palco “Zio Vanja” di Čechov con Vinicio Marchioni.

Cinema o teatro, qual è il suo habitat naturale?

Non faccio distinzioni, perché l’importante non è l’”involucro attoriale”, ma quello che si cela dietro un’interpretazione: nel mio caso, la voglia di indagare la natura umana ponendomi in una condizione di assoluta nudità e vulnerabilità. Trovo che sia una condizione necessaria per dimostrare rispetto verso se stessi e, soprattutto, verso chi ti sta guardando.

In Italia le serie tv vanno sempre più a gonfie vele, mentre il botteghino vive uno dei suoi periodi storici di maggior crisi: perché?

Le serie, grazie anche alla maggiore durata, hanno forse una maggiore capacità di sondare il reale e più potenzialità drammaturgiche. D’altronde, quando hai molto più tempo a disposizione per sviluppare una storia, trovo anche normale che i risultati possano essere più convincenti in termini di ricostruzione o di analisi. Ma questo non significa che il cinema abbia esaurito le sue possibilità di attrarre il pubblico. Ci vorrebbe magari più cuore, più onestà in certe scelte. Non credo, in ogni caso, che sia un problema di bravi registi o di bravi attori in Italia.

A proposito di bravi registi: con chi le piacerebbe lavorare, un giorno?

A teatro, con il più grande in circolazione, Peter Brook, che per me rappresenta l’esempio più riuscito di autore che supera lo stereotipo del realismo per andare verso la verità. Al cinema, sempre rimanendo in tema di mostri sacri, direi David Cronenberg. Credo di poter avere la crudezza e l’essenzialità giusta per poter figurare in una sua pellicola. In Italia, mi piacerebbe lavorare con Sorrentino, Garrone e i Manetti. E non mi dispiacerebbe tornare a fare qualcosa con Sollima.

Le piacerebbe un giorno cimentarsi dietro la macchina da presa?

No, non ho velleità di quel tipo. Magari la direzione degli attori sul palcoscenico potrebbe essere una sfida, ma sono molto più affascinato da un’eventuale prova “su carta”: inventare storie, scrivere. Questo sì che mi piacerebbe e spero che presto qualche mio progetto letterario possa vedere la luce.

 

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