Maurizio Micheli, un nevrastenico che non impara a vivere

“I quattro protagonisti di questa commedia sono un perfetto esempio di come oggi sia diventato molto difficile uscire dalla sfera dell’egoismo ed amare davvero. Sono assolutamente negativi e, proprio per questo motivo, creano i presupposti per un’ironia spesso tagliente”.

Con queste parole Maurizio Micheli ci ha presentato i 4 personaggi di Il più brutto weekend della mia vita di Norm Foster, di cui è regista e interprete e che dal 10 al 27 apre il cartellone del nuovissimo teatro Ciak (via Cassia 692).

Chi è il suo Roberto?

Un aspirante sceneggiatore cinematografico in perenne crisi, sempre insicuro di se stesso, molto simile a certi antieroi di Woody Allen costantemente sull’orlo di un precipizio emotivo. E molto simile a tante persone che vivono nelle metropoli di oggi, persone estremamente “urbane” che facilmente si prestano a caratterizzazioni di questo tipo nel cinema o nel teatro.

Dopo 3 anni di repliche, l’alchimia con i suoi colleghi di scena (Nini Salerno, Benedicta Boccoli e Antonella Elia) è rimasta la stessa?

Sì, continuiamo a trovarci tutti a nostro agio in questo spettacolo, che, captando anche certe vibrazioni del pubblico (il teatro è questo: il rapporto tra attore e spettatore), abbiamo anche modificato un po’ rispetto agli inizi.

Lei ha scritto e diretto diverse opere teatrali. Come mai non ha fatto lo stesso anche per il cinema, dove comunque ha lavorato tanto?

Non è una cosa dipesa da me, io ci ho anche provato, magari non con il giusto piglio risoluto, però non mi è stato mai permesso di sviluppare dei progetti che avevo in mente. Ed è una cosa che mi dispiace molto, perché credo che avrei potuto fare belle cose. Un po’ devo prendermela anche con la mia natura estremamente pigra, comunque. Non sono uno di quelli che si incaponisce e sta lì a battagliare senza riposa. Dopo un po’ mi stanco e magari lascio perdere. Comunque, finché c’è vita…

Da ormai oltre 40 anni porta in scena Mi voleva Strehler. Lo considera lo spettacolo “della sua vita”?

Direi di sì, non fosse altro per le oltre 1200 repliche. Ha avuto e continua ad avere un grande successo, del quale sono molto orgoglioso.

C’è un’opera che ama ma che non è ancora riuscito a portare in scena (sia come attore che come regista)?

Sì, La coscienza di Zeno. Ho il grande rimpianto che quando me la proposero, non c’erano le condizioni per farlo (e a propormelo non fu una persona qualsiasi, ma il mio maestro e insegnate Luigi Squarzina, che, non a caso, mi disse che di quella scelta mi sarei pentito), mentre invece quando volevo farlo io… lo stesso! Speriamo che un giorno si possa recuperare.

Ci sono invece scelte che, col senno di poi, oggi proprio non rifarebbe?

No, sostanzialmente no, non ho particolari rimpianti. Anche quando qualche spettacolo non è andato molto bene, alla fine mi è rimasto qualcosa, un’esperienza negativa dalla quale apprendere, se non altro. Volendo proprio cercare il pelo nell’uovo, come tra l’altro ho già detto prima, avrei dovuto insistere un po’ di più nello spingere certi miei progetti cinematografici che non hanno visto la luce. Di questo sì, un po’ me ne pento.

 

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