Il nome del padre: una splendida discesa all’inferno

A Milano, contrariamente a quanto diceva Scerbanenco, non si ammazza soltanto il sabato. A Milano, si ammazza tutti i giorni. Anzi, tutte le stagioni. Anche l’estate piena, quando la terribile afa e i colori violenti di tutte le ore dovrebbero avere il potere di scoraggiare persino gli assassini.

E invece no, la morte all’ombra della Madonnina non va mai in ferie e con lei l’orrore e la, a volte, imperscrutabile follia che alligna nel genere umano.

Bisognerebbe farsene una ragione, ma, no, non ci si abitua mai. Neanche quando si invecchia e si dovrebbe, in qualche modo, rassegnarsi a tutto.

Ne sa qualcosa il commissario Rocco Cavallo, che, giunto ormai al termine di una lunga carriera, è ancora ossessionato dalla irrisoluzione del primo caso investigativo che gli è stato assegnato negli anni Settanta. E ne sa qualcosa anche la giovane e ombrosa ispettrice Valeria Salemi, alla ricerca di una “vocazione” e di una svolta esistenziale che la possano tirar fuori da uno stato di perenne insoddisfazione nel quale consuma le sue giornate.

Sembra che tra i due -la vecchia e la nuova guardia della divisa- ci sia un abisso che va al di là della semplice questione di generazione. Chiusi in una compressione interiore ermetica e apparentemente senza spiragli, sembrerebbero universi lontani, inavvicinabili tra loro. E invece… La lettura di un lungo memoriale nel quale il commissario Cavallo ripercorre le tappe salienti della sua già ricordata prima indagine, fa sì che si venga a creare un ponte e che il rovello ultratrentennale del primo diventi un potente stimolante nelle giornate anodine della seconda.

Riparte così la caccia a un assassino che per ben sei lustri è rimasto impunito e che, per quanto all’apparenza risulti incredibile, sembra aver firmato a distanza di trent’anni due efferati delitti che la storia e la cronaca hanno dimenticato.

Chi è il Macellaio? E perché ha lasciato trascorrere tanto tempo tra un delitto e l’altro?

 

Avviso ai lettori compulsivi di gialli, thriller, noir e dintorni: Il nome del padre di Flavio Villani (Neri Pozza, pp320, €17) non è il solito libro da buttar giù come un’innocua caramella. Attenzione quindi a leggerlo con la nonchalance del “navigato” d’occasione, perché potrebbe andarvi decisamente di traverso. E rimanere sul vostro stomaco per un bel po’.

Certo, del whodunit ha senza dubbio l’impianto, anche se, fin dall’inizio, dimostra un’originalità di struttura non comune: l’escamotage, il Macguffin (per dirla à la Hitchcock) è rappresentato dalla metaletterarietà con la quale veniamo fatti entrare nell’investigazione. Non la consueta “presa” diretta sui fatti tipica del genere, ma un memoriale che sa tanto di romanzo attraverso il quale il commissario Cavallo ci attira, insieme alla diffidente viceispettrice Salemi, all’interno di una storia sconvolgente. Da lì in poi, la narrazione prosegue in un lungo flashback quasi ininterrotto che segue tutto lo svilupparsi della vicenda e della detection, prima di ritornare ai giorni nostri e lanciarsi nella frenetica accelerata finale.

Ma non è l’intreccio (o perlomeno non soltanto) a rendere quest’opera stra-ordinaria rispetto alla media: nelle pagine di Villani, infatti, c’è innanzitutto una ricomposizione di un periodo storico, gli anni Settanta, di gran pregio. Quell’epoca, così irripetibile nel bene e nel male per il nostro Paese, viene tratteggiata non già come il classico bozzetto, la scialba di quinta teatrale davanti alla quale troppe volte capita di vedere agitarsi i personaggi altrettanto stereotipati di troppi libri di questo genere. No, qui di artificiale e rassicurante non troverete proprio nulla. Tutto sembra pulsare, tutto sembra suggerire un senso di inquietudine assolutamente reale, che si percepisce a pelle e che bene fa rivivere le pericolose atmosfere del periodo.

E poi, soprattutto verrebbe da dire, rispetto alla letteratura di riferimento c’è uno scarto eccezionale in termini di introspezione e di stile. Per quanto concerne il primo aspetto, potremmo considerare Il nome del padre come una discesa nel male più nudo e crudo. Le terribili tare di crudeltà che caratterizzano alcuni protagonisti vengono sviscerate un periodo dopo l’altro con una sistematicità e una progressione inarrestabili, andando a comporre un quadro d’insieme che sconvolge e per realismo di descrizione e per potenza di definizione. Volete un accostamento di “peso” per avere un’idea più precisa? Per certi versi, e con una scrittura senza dubbio personale e diversa, Villani fa pensare al più duro e profondo dei suoi colleghi, il Derek Raymond di Aprile è il più crudele dei mesi. Come il rinnegato per eccellenza della nobiltà inglese, l’autore di Milano parte da un ritrovamento spaventoso per costruire il suo mosaico a tinte fosche e sempre come lui, scavando e disseppellendo le atrocità, riesce a valicare i confini del genere per approdare nelle latebre dell’animo umano che sono proprie solo della grande letteratura. E lo fa, e questo per quanto pertiene al secondo aspetto, con una lingua che non indugia sulle trivialità stucchevoli e da b movie che ormai sempre più spesso capita di “ammirare” nei libri gialli e, soprattutto, “neri”, ma con un lessico sempre garbato, sempre misurato, e che tuttavia non perde un briciolo di credibilità e di aggancio con la lingua vera.

Insomma, come vaticinato sulle pagine di Satisfiction qualche tempo fa da Gian Paolo Serino, ci troviamo di fronte ad un autentico gioiello sul quale potrete scommettere senza paura di rimanere anche solo un poco meno che entusiasti.

Un’ultima avvertenza: se siete suscettibili di fronte a certi argomenti forti e leggerete le pagine de Il nome del padre prima di andare a dormire, lasciate qualche minuto la luce accesa prima di provare ad addormentarvi. I fantasmi cattivi potrebbero essere in agguato.

 

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