Quaranta candeline per il primo album dei Ramones

Fine febbraio, 40 anni fa, New York. Quattro ragazzotti di Forest Hills escono dai Plaza Sound Studios con l’aria scanzonata di sempre. Il master del loro disco d’esordio è pronto, anche se ci vorranno un altro paio di mesi prima che la Sire Records si decida a pubblicarlo.

Craig Leon, il produttore che la casa discografica ha scelto per affiancare dietro la consolle il batterista della band Tàmas Erdélyi, ripone il nastro nel classico cassetto. È fatta, pensa. E invece no, neanche per sogno! Un disco ha bisogno di una copertina, di un’immagine che racconti in qualche modo l’essenza concettuale ed estetica delle canzoni incise. Meglio se la cover si presenta come una specie di opera d’arte a sé stante, si usa credere. Joey, Johnny, Tommy e Dee Dee, però, non sono tipi da cerimoniali artistoidi, figuriamoci se hanno voglia di perder tempo dietro una roba del genere. La loro amica Roberta Bayley è una giovane fotografa, oltre che un’appassionata di rock. Senza starla a tirare per le lunghe, li convince a mettersi in posa giusto a due passi dall’ingresso del CBGB’s, il rock club al 315 di Bowery Street dove già da due anni si esibiscono in concerti sempre più adrenalinici e sempre più seguiti, in compagnia di altri ragazzotti come Alan Vega, Richard “Hell” Meyers, Tom Verlaine, Johnny Thunders, Jerry Nolan, Lenny Kaye o di provocanti e provocatorie signorine tipo Patti Smith e Debbie Harry. Non c’è bisogno di fare granché. I quattro si posizionano davanti all’obiettivo con un muro sporco e imbrattato dietro di loro che funge da scenografia. Indossano jeans sdruciti, scarpe da tennis bianche e giubbetto di pelle. Per loro è l’uniforme di tutti i giorni, nessun vezzo da mannequin. Si sente qualche click della macchina fotografica e stavolta sanno che è davvero tutto finito e che ci si può concentrare sulla birra.

Quello che non sanno (e che non potrebbero mai immaginare), è che, con le canzoni che hanno appena finito di registrare e con quella scalcinata immagine metropolitana, sono destinati a cambiare per sempre la storia e l’estetica del rock. Impossibile accorgersene subito, d’altronde. Il disco ha un suono strano, molto poco radiofonico, con la chitarra e il basso spaiati su due canali diversi e una batteria che sembra saturare il suono d’insieme. L’airplay, dopo l’uscita, è abbastanza modesto. Ramones, che si chiama esattamente come la band che lo ha partorito, piace ma fino a un certo punto. È grezzo, completamente privo di orpelli e, nonostante consti di quattordici tracce, dura poco meno di ventinove minuti. Caratteristiche che non sembrano stimolare i palati “fini” del rocker standard. In giro, poi, c’è roba tipo Rocks degli Aerosmith, Station to Station del Duca Bianco, 2112 dei prodigiosi Rush, Jailbreak dei Thin Lizzy o Rising dei Rainbow. Una concorrenza spietata, non c’è che dire. E però…

E però nei solchi di questo vinile ci sono i paradigmi di una rivoluzione, di forma e di sostanza, che di lì a breve sarà in grado di prendere a calci nel sedere l’establishment che ormai da quasi tre lustri impone i canoni nella musica giovane. Come? Semplice, per sottrazione! Le canzoni degli altri suonano iperprodotte e con tante vertigini sonore? Bene, io cerco di assomigliare a una presa diretta. I dischi degli altri sono pieni di virtuosismi, fantastici assoli, gorgheggi al limite dell’umano? Perfetto, io suono tre accordi, elimino ogni cesello e mi limito a soffiare slogan dietro a un microfono. Gli altri studiano un look da passerella e ossequiano la tradizione dell’outfit da superstar? Meraviglioso, io faccio dell’informalità dell’abbigliamento un biglietto da visita.

Sta tutto scritto nell’incipit:

Hey ho, let’s go

Hey ho, let’s go

They’re forming in a straight line

They’re going through a tight wind         

The kids are losing their minds        

The Blitzkrieg Bop

The kids are losing their minds, The Blitzkrieg Bop…già…

 

Dall’altra parte dell’oceano, quel geniaccio sedizioso di Malcolm McLaren sta già lavorando attivamente, seppur ancora sottotraccia, per orchestrare al meglio la sommossa su larga scala e altri quattro giovinastri chiamati Sex Pistols sono pronti ad esplodere come fenomeno di massa. La parola, punk, è diventata già d’uso comune e, se Richard “Hell” Meyers ne è il lookmaker riconosciuto, i Ramones ne incarnano pienamente lo spirito strettamente “artistico”(tant’è vero che il termine, che presto diventerà un vero e proprio “contenitore” concettuale, viene usato musicalmente per la prima volta proprio per loro): velocità di esecuzione, scarnificazione dell’oggetto canzone fino all’osso e antivirtuosismo ostentato come precisa scelta ideologica (anche perché, strumenti alla mano, i quattro finti fratelli non sono proprio dei fulmini…). In Blizkrieg Bop, il concetto di “guerra lampo” tanto caro al poco valente acquerellista austriaco e ai suoi panzer, trova una sua perfetta, inarrivabile traslazione sonora. Non c’è tregua, non c’è un attimo di respiro tra un momento e l’altro. Tutto viaggia sui binari dell’alta velocità, senza fermarsi a nessuna stazione di cambio. Neanche un secondo a far, che so, un minimo di rifornimento estetico per imbellettare il pezzo. Niente di niente. Dall’inizio alla fine veloci come una folgore.

Certo, si potrebbe obiettare che lo scarto con certo garage rock  o con gruppi tipo i Sonics o gli Stooges è davvero minimo, ma la differenza, fondamentale, tra i Ramones e queste band archetipiche risiede -e questo loro primo album ne è, oltre che la prima dimostrazione, anche forse quella meglio riuscita- nell’investitura dell’essenzialità a motore unico e pienamente bastevole e autosufficiente al raggiungimento del risultato: se infatti nel delirio sonoro della band di Detroit (come pure, ovvio, in quella dei concittadini Mc 5, che però contavano su strumentisti del calibro di Fred “Sonic” Smith e Wayne Kramer) c’era l’istrionismo vocale e performativo di Iggy Pop ad emergere nonostante tutto, e se nell’economia di pezzi come Psycho  o Boss Hoss l’idea musicale di Gerry Roslie denotava indubitabilmente un’idea di arrangiamento più tradizionale e complesso (come spiegare altrimenti la presenza del sax di Rob Linds?), nelle schegge sonore dei Ramones non c’è spazio che per un unica, compatta, linearissima omogeneità. Senza sbalzi e senza prime donne, solo: quattro parti di un unico ingranaggio che, per poter funzionare, devono lavorare in completa sinergia.

Si sostiene, a ragione, che i Ramones abbiano insegnato al mondo che si può suonare in un gruppo, girare il mondo concertando (e alla fine dell’avventura, il 6 agosto 1996, il numero definitivo degli shows è uno spaventoso 2263 in 22 anni) e anche diventare famosi e aver successo, servendosi di tre accordi tre e continui one,two, three, four, che neanche i ragazzini dentro la sala prove. Rivoluzione!

E tutto parte da qui, da questo prima fatica discografica che, nonostante, abbia definitivamente messo piede negli “anta”, come una donna splendida e di splendida semplicità, promana ancora tutto il suo incanto e fa a pezzi tante “fatalone” che l’hanno preceduta e succeduta. Il dono divino della sintesi, ecco cosa: quello che ammanta anche altri episodi ormai celeberrimi, come la ruffianissima I wanna be your boyfriend, l’attitudinale Now I wanna sniff some glue e la puttanesca 53rd & 3rd.

Buon compleanno, dunque, a quest’opera somma e chissà se, nella loro nuvoletta sonica che spazza a tutta velocità i cieli del Paradiso rock, Joey, Johnny, Tommy e Dee Dee staranno spegnendo le candeline…

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