Cosa succederà dopo il trionfo di Joshua?

Brevi considerazioni sul match Joshua-Klitschko di sabato scorso.

Al momento dell’interruzione all’undicesimo round, due giudici avevano avanti l’inglese di 3 lunghezze, per il terzo, invece, l’ex campione era sopra di 2. Le opinioni, diceva un bel tale, sono come le palle: ognuno ha le sue. Purtroppo, la tendenza a non giudicare più 10 a 10 i round in cui la prevalenza di uno dei due contendenti non è evidente, porta talvolta a valutazioni troppo nette che non rendono giustizia a quello che si è effettivamente visto. In ogni caso, prima della fine della penultima ripresa il mio personalissimo score era 96 a 95 per Klitschko, un parere tra l’altro condiviso con diversi addetti ai lavori. Quale che fosse l’impercettibile divario tra i due duellanti, una cosa è certa: il match era assolutamente lì e se non ci fosse stato quel terribile montante si sarebbe probabilmente arrivati a una split decision. Ne consegue, mi pare per logica, che un’eventuale rivincita tra i due potrebbe essere auspicabile per sancire la superiorità dell’uno o dell’altro, anche se, va detto subito, Joshua ha la stoffa per diventare il campione dei massimi che da molti anni gli appassionati stanno aspettando anche senza questo rematch. Ha dalla sua l’età, un pugilato spettacolare e d’attacco, una sicura potenza nelle mani e margini di miglioramento sul piano tattico, anche se la gestione dell’ultima ripresa ha già dimostrato molto in quest’ultimo senso: l’inglese, infatti, ha tramortito il rivale non concedendogli alcuna possibilità di legare e di provare così a finire in piedi il round. Ha colpito bene dalla distanza e ha trovato un secondo knock down che, di fatto, ha chiuso la contesa. Una grande prova di maturità, quando la foga poteva avere il sopravvento ed esporlo, magari, ad una controffensiva dell’ex detentore, che, come si è ben visto nel meraviglioso quinto tempo, aveva i mezzi per ribaltare l’incontro anche dopo un atterramento. Certo, quel montante avrebbe abbattuto un toro, ma, come si è visto, l’ucraino aveva in qualche modo retto, perciò chissà se si fosse salvato cosa sarebbe accaduto nei 3 minuti successivi…

A proposito del montante di cui sopra: l’esecuzione è stata magnifica e appare evidente che il colpo rientri nel bagaglio tecnico del campione, ma è vero che per riuscire a metter dentro una scardassata di quel tipo ci vuole anche un pizzico di fortuna e un po’ di distrazione da parte di chi si ha di fronte. Klitschko, fino a quel momento, aveva sì subito più di una bordata, ma non si era mai fatto trovare così impreparato nella guardia. Con ogni probabilità, il ragazzone di Kiev nei prossimi mesi sarà tormentato dal ricordo di quell’infinitesimamente piccolo momento di distrazione che gli si è rivelato esiziale. E, in un’eventuale rivincita, potrebbe prendere le adeguate contromisure.

Secondo alcuni questo re-match si farà, anche in virtù di una clausola contrattuale ben precisa. Nel mondo del pugilato non si può mai sapere, ma dopo il grande spettacolo di sabato sera a Wembley, noi cominciamo a sperarci. L’impressione, al di là delle ovvietà anagrafiche riguardanti Klitschko, è che comunque sarà molto difficile per entrambi ripetere una prestazione di tale levatura.

Prima di questo eventuale nuovo scontro, sarebbe però auspicabile che la corone della categoria regina riposassero tutte su un’unica testa, una riflessione che, purtroppo, troppi commentatori, entusiasmati dalla prova di forza di Joshua, sembrano aver dimenticato di fare. Dopo la vittoria di 3 giorni fa, la riunificazione tra l’inglese e il detentore della fetta mondiale WBC dovrebbe essere imposta, non soltanto per stabilire chi sia il più forte, ma soprattutto perché avere un solo re dei giganti farebbe davvero bene a uno sport che dallo spettacolo londinese ha ricevuto uno spot la cui onda benefica deve essere assolutamente cavalcata. È altresì vero, però, che Joshua-Wilder, almeno sulla carta, potrebbe non presentare lo stesso appeal del match che abbiamo appena visto: il campione americano, infatti, non ha una linearità di esecuzione e capacità di attendista come quelle di Klitschko. Si presenta più che altro come un autentico bombardiere (d’altronde il suo nickname è The bronze bomber) dotato di un terrificante destro e, come Joshua, è un distruttore che viene costantemente dentro alla ricerca del colpo risolutore (non a caso ha vinto 37 volte prima del limite in 38 esibizioni a torso nudo tutte, comunque, a suo favore). Lo scontro tra i due rischierebbe quindi di essere stilisticamente molto disordinato, ma potrebbe anche trasformarsi in una nuova, incredibile battaglia e far innamorare milioni di persone. Chissà… Joshua ha dimostrato di non essere impenetrabile ai colpi e il terrificante diretto dell’ex sovietico che lo ha messo giù nella sesta ripresa ne è la prova più evidente. In ogni caso, sempre sperando che la contesa abbia luogo, l’inglese contro Wilder non avrebbe di sicuro vita facile e questo è un bene, visto che gli altri eventuali pretendenti alle sue corone non garantiscono sulla carta una forza spettacolare come quella che si auspica per un mondiale dei massimi. Nemmeno, al momento, l’ex campione Tyson Fury, che, al di là dei veleni sparsi negli ultimi giorni, deve certamente tornare in una condizione fisica e psicologica decente per sperare di riavere una chance iridata che per meriti acquisiti gli spetterebbe di diritto.

Klitschko, se troverà dentro di sé la forza di rimettersi in gioco, tra qualche tempo potrà continuare a dire la sua anche ad un’età ormai “veneranda”, ma, soprattutto, con la gagliarda prova di Wembley sembra finalmente aver convinto tutti sulla bontà del suo pugilato che, troppo spesso, gli amanti delle “scazzottate a tutti i costi” hanno considerato noioso. Se è vero che tra le 12 corde bisogna darle, è anche vero che la prima regola di buon senso impone di non prenderle e l’ex detentore ucraino, per oltre dieci anni, ha dimostrato come un buon jab, unito all’acume tattico e a una vita sana, possano dar vita a un regno che, magari, non sarà stato affascinante come quello di altri campioni, ma è stato comunque un regno lungo e pieno di soddisfazioni. Fossi in lui, mi guarderei allo specchio e avrei di che sorridere, perché non a tutti è concesso di arrivare a 41 primavere in queste eccellenti condizioni di forma e di lucidità.

E… in cauda venenum. Sì, perché tacere la cosa, farebbe passare per l’ennesima volta sottotraccia la sconfortante situazione del panorama professionistico della nostra boxe.

Cosa sarebbe successo se dopo le Olimpiadi di Londra Roberto Cammarelle, che molti hanno ricordato vergognosamente sconfitto da Joshua nella finale, avesse deciso di togliere casco e canottiera? Questa domanda, alla quale non è facile dare una risposta, mi tormenta da sabato. Il pugilato degli amatori è spesso un altro sport rispetto a quello che supera le tre riprese. Molti campioni in maglietta, una volta diventati “grandi”, non hanno mantenuto le belle promesse dei tempi che furono: diverso il numero delle riprese, diversa la pericolosità e il numero dei colpi, diversa la preparazione da svolgere, diverse le caratteristiche atletiche da avere. Cammarelle però, come Damiani prima di lui d’altronde, sraebbe stato un eccellente tecnico tra i giganti e non avrebbe difettato neanche in potenza. Dove sarebbe arrivato (anche tenendo in considerazione i non piccoli problemi alla schiena dei quali ha sofferto durante gli ultimi anni di attività)? Ce l’avrebbe fatta a diventare il nostro terzo campione mondiale dei massimi? Certo, a leggere i nomi di alcuni detentori di titoli di sigla degli ultimi anni, riesce difficile non credere al fatto che il nostro miglior pugile, una volta passato professionista, non avrebbe avuto una luminosa carriera. E cosa sarebbe successo se lui e magari anche Clemente Russo tra i massimi leggeri fossero arrivati ai vertici? Con ogni probabilità, il giro di affari intorno al pugilato italiano avrebbe potuto contare su altre cifre rispetto a quelle che si sentono oggi, perché le televisioni si sarebbero interessate ai match dei due e ne avrebbe beneficiato in termini di visibilità e di investimenti tutto il movimento. Insomma, il dopo Joshua-Klitschko è anche l’occasione per avere rimpianti per le sorti del pugilato tricolore che, probabilmente mai come in questo periodo, sta vivendo un periodo nero per uscire dal quale sembra sempre più difficile riuscire a trovare delle soluzioni. Ce la faremo a trovare nei prossimi anni un elemento in grado di riportare in auge la noble art? Si ricomincerà a riprogrammare un futuro degno di questo nome? Ai posteri…

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