Per chi, come il sottoscritto, è nato a cavallo tra le metà dei gloriosi anni Settanta, Enrico Brizzi non è stato soltanto l’autore del “libro che tutti avremmo voluto” scrivere, ma una pietra miliare nella formazione di giovane aspirante scrittore: oltre a Jack Frusciante è uscito dal gruppo, infatti, il bolognese, con i suoi Bastogne, Tre ragazzi immaginari e L’altro nome del rock ha rappresentato -né più, né meno- un punto di riferimento imprescindibile e un modello di stile (e di argomenti) da tenere costantemente presente.
L’ho incontrato alla fine della bella presentazione del suo ultimo Il matrimonio di mio fratello al Piccolo Eliseo e, in un’atmosfera assolutamente rilassata, mi ha concesso un’intervista uscita sul Metro dell’11 febbraio 2016, della quale quella che segue è una extended version.
Dopo alcuni progetti extranarrativi e i romanzi fantastorici è tornato alla vita reale. Soddisfatto?
Sì, molto. Avvertivo il bisogno di scrivere una bella storia incentrata sulla famiglia e sulla passione, ambientata in un’Italia vera, che tutti potessero riconoscere come tale.
Max e Teo, nonostante l’affetto che li lega, sembrano essere due uomini agli antipodi. Sono poi davvero così distanti?
Racconto le loro vite partendo da lontano e credo che, nonostante le differenze caratteriali tipiche tra fratelli, riescano ad avvicinarsi, crescendo. Niente di strano, d’altronde: succede sempre così.
Bologna torna a fare da cornice ad un suo libro. Trova che sia una città molto cambiata rispetto ai tempi di Jack Frusciante è uscito dal gruppo?
Più che altro penso che ad essere cambiato sia il mio rapporto con essa, il modo che ho di percepirla. Bologna è da sempre una fucina artistica, un magma di creatività e di trasformazioni culturali. Di sicuro era e rimane una città molto “letteraria”.
A ormai vent’anni dal suo folgorante esordio letterario, dove pensa di essere arrivato come scrittore?
La soddisfazione più grande credo sia quella di aver attraversato molti generi e di aver scoperto che nelle mie corde ci sono diversi registri espressivi. È fondamentale non adagiarsi in una formula, seppur di successo, se si vuole durare nel tempo. Ed io ho sempre avuto questo desiderio.
Chi è il lettore ideale di Enrico Brizzi nel 2016?
Sicuramente le donne tra i 30 e i 40 anni. D’altronde sono rimaste quasi solo loro a comprare libri!
Come Pier Vittorio Tondelli, è salito agli onori delle cronache letterarie in giovane età (nel suo caso, davvero giovanissima). Qual è il suo rapporto con l’illustre corregionale? E, soprattutto, potrebbe essere lecito affermare che, ognuno per la propria generazione, avete svolto un ruolo-guida imprescindibile (tra l’altro, visto che si parla di analogie, giova ricordare che anche Brizzi, come Tondelli, ha sostenuto un brillante esame di semiotica all’università di Bologna con l’appena scomparso professor Umberto Eco…)?
Tondelli ha rappresentato per me un riferimento costante. Le sue lezioni sono state fondamentali e lo sono tutt’ora. Penso che abbia dato qualcosa di unico alla nuova letteratura italiana, non soltanto con l’ormai celebre progetto Under 25, ma anche, soprattutto, con le sue opere che hanno aperto una nuova strada che molti, tra i quali ovviamente anche io, abbiamo cominciato a percorrere. Per quanto riguarda il discorso del simbolo generazionale, non so se riesco a ritrovarmici. Nel senso che ho sempre pensato che per essere “generazionale” devi vivere e non pensare una generazione, fare effettivamente parte di un periodo ed essere, in buona sostanza, quello che scrivi.
Con i suoi libri ha già attraversato diversi generi. Ha intenzione di accettare nuove sfide, in futuro? Magari un giallo, un noir, un romanzo di fantascienza?
Come dicevo nel corso della presentazione del mio ultimo libro, il mio primo esperimento letterario è nato come tentativo di imitazione di un film che amo molto, Blade Runnner. Dopo una lunga maratona di cinema con alcuni amici, ebbi l’ispirazione di scrivere qualcosa che somigliava sfacciatamente al capolavoro di Ridley Scott e cominciai a proporlo a qualche casa editrice. Il risultato? Dopo qualche tempo riuscii a strappare un appuntamento con l’allora responsabile editoriale di Transeuropa, che ai tempi era davvero una fucina di nuove penne. Dopo avermi fatto capire che le somiglianze tra il mio scritto e la pellicola erano davvero troppo evidenti, mi suggerì di provare a scrivere qualcosa che fosse davvero nelle mie corde, una storia che potessi effettivamente padroneggiare con il mio vissuto. Partii da quel consiglio, fondamentale per chiarirmi le idee, e cominciai a lavorare su Jack Frusciante.
Tornando ad oggi, il mio desiderio più grande è innanzitutto poter continuare a raccontare storie. Non mi pongo molto il problema del genere. Magari in futuro mi capiterà di affrontare un genere con il quale al momento non mi sono ancora cimentato. Una cosa che sicuramente mi piacerebbe fare, sarebbe pubblicare una raccolta di racconti noir sotto pseudonimo Chissà, tra non molto… Tra l’altro, ho già pubblicato qualcosa con un altro nome ed è stato divertente e costruttivo come scrittore (e non solo) leggere i pareri che sono stati espressi. Ovviamente, essendo un libro pubblicato da un Enrico Brizzi in incognito non le rivelerò mai il titolo!
Brizzi e il rock: grande appassionato, in prima linea con alcuni progetti che l’hanno vista collaborare con alcune band, continue citazioni nelle sue opere, un romanzo intitolato L’altro nome del rock… Ha mai pensato di impegnarsi più concretamente in questo campo? E, già che ci siamo, quali sono le sue band preferite?
No, ad essere sincero no. Come musicista, bassista per la precisione, non sono mai stato un granché e neanche come cantante credo di poter riscuotere troppi consensi. Diciamo che del rock sono sempre stato un fan, mi è sempre piaciuto viverlo come appassionato, andare ai concerti, comprare dischi, etc.
Per quanto riguarda i gruppi preferiti, è difficile circoscrivere i miei gusti a qualche nome. Posso dirle che attualmente sto ascoltando molto i The Computers e gli Steve ‘n’ Seagulls (divertentissimi!). Naturalmente di “pietre angolari” potrei tirarne in ballo a centinaia, dagli Stones ai Pixies, dagli Zoo all’hardcore più estremo. Impossibile!
Lei è un grande appassionato di sport, oltre che un amante dei lunghi percorsi a piedi. Di calcio ha scritto, direttamente e indirettamente, moltissimo. Qualche tempo fa ha pubblicato un’interessante biografia sul grande ciclista Nibali. Molto spesso fa riferimento ad atleti e a varie discipline all’interno dei suoi libri. Ci sono, in materia, degli argomenti che le piacerebbe approfondire in qualche lavoro futuro? Per esempio, le piace il pugilato?
In generale, posso dire di amare tutti gli sport in cui la fatica e il sacrificio hanno una grande importanza. Per farle un esempio, se dovessi farle un esempio di un calciatore che amo, le direi un “gregario” come il mitico Perin, il fuoriclasse del Bologna anni Venti, che, oltre ad essere una sontuosa mezz’ala era anche un fornaio, un uomo, appunto, di fatica.
Il pugilato mi piace molto, soprattutto quello degli anni Ottanta, quando mi capitava spesso di far nottata con qualche amico per vedere i grandi incontri. I miei boxeur preferiti? Direi Roberto Duran e Sugar Ray Leonard, oltre, ovviamente, a molti grandi del passato.
Come giudica il campionato del “suo” Bologna in questa stagione 2015-2016?
Mah, tutto sommato direi che è una stagione abbastanza positiva. Donadoni ha tirato fuori la squadra da una situazione che rischiava di diventare complicata e sta valorizzando qualche elemento che il prossimo anno avrà un gran bel mercato, tipo Donsah o Diawara o Masina. E poi il recupero di un giocatore come Giaccherini che in quest’ultimo periodo sta dando tanto alla causa, mi ha fatto davvero molto piacere.
Per concludere, quali sono i suoi autori preferiti di sempre?
Troppi ce ne sarebbero! Se proprio dovessi fare dei nomi, diciamo tre nomi, direi Hemingway, B.E.Ellis e Robert Macfarlane.








