Buffa, un incantatore narrante fra Owens e Hitler

I suoi profili dei grandi protagonisti dello sport hanno fatto innamorare milioni di telespettatori, tenendoli inchiodati davanti allo schermo, mentre lui, con la sua voce di velluto e un senso dell’èpos unico nel mondo del giornalismo, raccontava le loro gesta. Ora, Federico Buffa, dopo il grande successo riscosso lo scorso anno, torna a teatro con “Le Olimpiadi del ‘36”, dall’1 al 6 novembre alla Sala Umberto.

Quando le è venuta l’idea di portare un grande evento sportivo a teatro?

È sempre stato un sogno, in realtà. Poi nel 2014, mentre ero in Brasile per i Mondiali di calcio, Emilio Russo e Caterina Spadaro (i registi dello spettacolo) sono riusciti a convincermi definitivamente.

Ha avuto difficoltà ad adattarsi ai tempi e agli spazi di scena?

Non poche, anche se replica dopo replica (la prima tournée ha visto oltre 70 date in tutta Italia) le cose sono andate meglio. Le preoccupazioni maggiori le avevo per la voce. Non è facile parlare per oltre due ore, anche se la presenza del pubblico, il feedback emotivo che anche in silenzio riesce a trasmetterti, dà una carica incredibile.

E nell’adattare una scrittura come la sua alle esigenze della drammaturgia?

Molte meno, ad essere sincero. Ho sempre pensato che il mio modo di raccontare si potesse adattare bene in un contesto di quel tipo.

Qual è il segreto per raccontare bene lo sport?

Io penso che sia fondamentale scegliere qualcosa che sia già accaduto e abbia quindi una sua compiutezza valutabile ex post. E bisogna cercare di ricostruire in tutto e per tutto l’atmosfera che si viveva in quel determinato momento. Far respirare al lettore e/o all’ascoltatore l’aria che tirava, i colori, gli ambienti. Chi ci riesce, fa centro. Senza possibilità di errore.

Lei riconosce in qualche giornalista e/o scrittore una sua “guida” nell’ars narrandi?

Sono innamorato di Philippe Daverio per la sua capacità unica di raccontare una cosa difficile come l’arte con un linguaggio sempre perfettamente ancorato al tempo storico a cui si sta riferendo. A lui questa operazione riesce con una naturalezza e una semplicità disarmanti. Nella narrativa, invece, amo Fosco Maraini e in particolar modo quello che ha scritto sul Giappone e sull’Oriente in genere. L’uso che fa della lingua italiana è semplicemente fantastico, perché riesce a suggerirne sempre l’enorme ricchezza in termini di costrutti ma anche, e soprattutto, di suggestioni immaginifiche.

Si è trovato a suo agio in questo senso con “Le Olimpiadi del ‘36”?

Sì, molto. Ho lavorato nella massima libertà, facendo anche delle aggiunte dettate dalla reazione del pubblico, che è una fonte di ispirazione inesauribile. Per esempio, nella scelta e nella messa a punto dei tre monologhi dello spettacolo, l’indice di gradimento è stato fondamentale per capire come aggiustare il tiro e dove limare. Quello su Jessie Owens, per dirne uno, provoca sempre grandi vibrazioni tra le sedie e mi aiuta a capire tante cose (a questo punto, avendo io visto lo spettacolo lo scorso anno al teatro Quirino di Roma, non posso esimermi dal dire a Buffa che il su citato monologo è stato semplicemente straordinario. Lui ride di gusto. Ndr).

Crede che l’esperimento di questo questa pièce sia replicabile, magari con qualcosa sul basket e/o sul calcio come tanti si aspetterebbero da lei?

In linea di massima sì, mi piacerebbe. Adesso però, per quanto riguarda la mia esperienza a teatro, sto lavorando su qualcosa di completamente diverso. Mi piacerebbe cimentarmi con un grande personaggio femminile del mondo dell’arte. Una musicista, magari. Io credo che l’universo interiore di una donna sia incredibile e che consenta delle esplorazioni “sentimentali” inusitate.

Quali sono gli sportivi più amati da Federico Buffa?

Nel calcio, non ho dubbi: Dejan Savićević, il Genio. Era un’emozione unica vederlo in campo. Più in generale, e anche qui non ho dubbi, Muhammad Ali.

C’è qualche campione di cui ancora non ha tratteggiato uno dei suoi mirabili profili che le piacerebbe raccontare?

Dražen Petrović, assolutamente. Il “diavolo di Sebenico” è stato non solo il più grande cestista europeo di tutti i tempi, a mio giudizio, ma anche, a prescindere dalla sua tragica fine, un personaggio eccezionale. E poi Garrincha.

Perché ha scelto proprio i Giochi di Berlino?

Perché sono state uno spartiacque fondamentale nella storia dello sport. A prescindere dalle questioni storiche, dalle incredibili implicazioni sociali e razziali, dalle ormai leggendarie foto di Hitler e di Owens, è da quel momento che lo sport si è spettacolarizzato e ha perso, per così dire, la sua verginità. Basta vedere il famoso film girato da Leni Riefenstahl (e che io utilizzo spesso nel corso del mio spettacolo) per capirlo: è la prima volta che lo sport viene ripreso utilizzando una scala di piani e un montaggio che hanno un fine e una pre-definizione consapevoli. Furono un’autentica rivoluzione.

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