“Barry Lyndon è il tipo di bugiardo, avido e millantatore che in una società come le nostra sarebbe perfettamente a suo agio nella sua insaziabile ricerca di denaro e di scalata sociale. È un prototipo perfetto di uomo vuoto e privo di cultura che va tanto per la maggiore oggi, ce ne sono davvero molti in giro come lui, a migliaia. Ecco perché conserva intatto tutto il suo fascino e risulta così attuale come figura.”
A dirlo è Giancarlo Sepe, che dal 23 ottobre al 4 novembre ha diretto lo spettacolo tratto dal romanzo di Thackeray al Teatro Argentina di Roma.
La sua versione deve più al romanzo dello scrittore di Calcutta o al capolavoro di Kubrick?
Se non avessi visto il film, non avrei conosciuto il libro, dunque la mia pièce vuole certamente essere un omaggio alla pellicola. Però, al contrario di quanto accade sul grande schermo, io racconto le vicende in prima persona, come avviene nel romanzo (che io considero, in qualche modo, un “figliolo” del Tom Jones di Fielding). Credo che così si riesca a catturare meglio lo spettatore, a farlo entrare più profondamente nel senso e nell’atmosfera dell’intreccio.
In che modo è riuscito a contenere la grande mole narrativa sulla scena?
Attraverso crasi e ripetizioni che sono presenti sulla pagina (i rapporti del protagonista con le donne e i suoi racconti di guerra costituiscono ottimi elementi di snodo narrativo), ma anche studiando il superbo lavoro di montaggio fatto dal regista del Bronx. Comunque, sia nel libro che nel film, ad una prima parte molto frizzante, fa seguito una seconda meno ritmica, più oscura, e anche meno “lavorata”: basti pensare a quello che accade al visconte Bullingdon, che scompare e riappare in modo poco chiaro. In ogni caso, spero di essere riuscito ad alleggerirla.
Il Barry Lyndon di Kubrick ha fatto scuola nel cinema per il suo incredibile uso della luce. Nel suo adattamento che ruolo ha avuto questo elemento?
Oltre che per la luce, io credo che il film abbia fatto scuola anche per altre cose, come per esempio l’uso dello zoom. In ogni caso, anche nel mio spettacolo l’aspetto luministico ha una certa importanza. Però, ed è bene sottolinearlo, il teatro non è il cinema: sulla scena bisogna essere attenti con le luci, altrimenti si rischia di ottenere degli effetti un po’ troppo espressionistici che non aiutano la riuscita di uno spettacolo. Dico questo pur avendo cercato di evidenziare quanto possibile la parte più deteriore e cattiva del Settecento che viene raccontata da Thackeray e Kubrick.
Lei che è un maestro dell’avanguardia, come mai ha scelto Barry Lyndon?
In effetti, tra i miei lavori (tanti ormai, sono ben 103!), è forse l’unico che può essere accostato ad una sorta di romanzo popolare, anche se l’obiettivo resta sempre quello di stimolare la mente del pubblico, non di propinargli una “pappa pronta”.
Come si fa ricerca a teatro, oggi?
Io penso che la ricerca debba essere innanzitutto qualcosa di impulsivo. Nel mio caso, riveste un’importanza decisiva l’uso della musica che io considero un’insostituibile sollecitudine onomatopeica alla ricerca. Comunque, non credo sia possibile trovare una formula chiusa, uno schema: l’avanguardia rifugge qualsiasi teoria, è innanzitutto un’attitudine che si fonda sulla bravura nel saper disattendere. È verso questo obiettivo che bisogna sempre essere pronti a ragionare quando ci si avventura in un progetto teatrale.








