Ossequio alla tradizione, ma anche trovate sceniche sperimentali. Il Don Giovanni di e con Alessandro Preziosi, al teatro Quirino fino al 14, cerca di colpire nel segno contemperando queste due diverse anime.
Come ci si avvicina ad un personaggio di questa importanza? Riverenza assoluta o desiderio di reinventarlo?
Con grande riverenza, direi. Esiste una vera e propria giurisprudenza in materia che non ammette troppe licenze.
Nello stesso tempo, però, nella sua versione c’è un’impronta tecnologica e sperimentale non da poco. Come mai?
Lungi dal voler creare stravolgimenti narrativi o ideologici, il ricorso alle proiezioni e ai laser mi ha aiutato a dare allo spettacolo una veste che ritengo più moderna, accattivante. Quasi una patina postmoderna.
Crede un personaggio come Don Giovanni, al di là della semplice esteriorità che lo vuole inguaribile seduttore, sia in realtà un ribelle, un iconoclasta?
Certamente sì, lo ritengo un precursore fondamentale dell’illuminismo e, come dice lui stesso, tra l’altro, della logica del due più due. La seduzione è solo un pretesto.
La figura di Elvira è centrale nell’opera di Molière: come l’ha costruita nella sua versione?
Con l’obiettivo di farla implodere sul palco nel tentativo, chiaramente vano, di continuare a tenere in piedi la relazione con l’uomo di cui è innamorata.
Un genio come il drammaturgo francese come stigmatizzerebbe vizi e virtù della nostra società?
Con arguzia, senza dubbio. E magari trasformando il Don Giovanni in una donna








