In morte del grande Aaron Pryor: una celebrazione molto personale

C’era una volta un bambino di pochi anni, sei per la precisione, senza alcuna voglia di fare il buono. Già allora non gli piaceva andare a letto presto e aveva un argento vivo addosso che, qualche lustro dopo (neanche troppi, vai a capire perché. Ma sì, forse sì, invece…), si sarebbe spostato sui suoi capelli, trasformandolo in un silver boy piuttosto curioso da vedere.

Capitò che una sera suo padre e sua madre dovessero uscire e avessero bisogno di lasciarlo “parcheggiato” per la notte dalla nonna, la signora Vittoria. Il ragazzino, nonostante le ventidue fossero passate da un pezzo, sembrava non volersi rassegnare ad andare a dormire e, men che meno, a starsene quieto.

Un bel problema, soprattutto perché, da consumato mini “mariuolo”, sembrava abilissimo nello schivare le raccomandazioni della propria genitrice (in quei momenti predicante), sfoderando certi sguardi di comprovata, imberbe ribalderia che erano una dichiarazione di vivacità assoluta e non promettevano niente di buono per il prosieguo della nottata.

All’improvviso, però, sul televisore che fino a pochi istanti il reticente pupetto aveva accuratamente evitato anche solo di guardare, preferendo -e come dargli torto!- impazzare nella stanza come una baccante, comparve un ring illuminato da tante luci. E, subito dopo, il regista della trasmissione inquadrò un uomo nero dallo sguardo di pietra e fuoco puntato come un fucile verso quello che, evidentemente, doveva essere il suo avversario in un incontro di pugilato (il bambino ricordò di aver visto suo padre guardarne uno qualche giorno prima, ma di non essersene affatto curato): un tipo con un bel paio di baffi curati e la faccia simpatica.

Il bambino, improvvisamente, si immobilizzò sulla sedia, rapito dall’uomo nero, che indossava pantaloncini bianchi e saltellava qua e là sul ring senza riuscire a fermarsi. Gli inviti materni alla temperanza gli arrivavano alle orecchie ogni istante più attutiti, più lontani. Mentre il padre, che aveva colto lo scintillio degli occhi della sua propria progenie, abbozzava tra sé e sé un sorriso compiaciuto.

“Adesso fai il buono e fai vedere la televisione a nonna Vittoria!”

“Nooo, mamma, no. Voglio vedere questo, io!”

Nel frattempo, sullo schermo scorrevano delle scritte in rosso. Erano i nomi dei pugili con le informazioni riguardanti la loro età e i loro record. Il pupo, che da poco aveva cominciato a frequentare la prima elementare e ancora non aveva mai visto una “ypsilon” nella sua ancor breve carriera di studente, si sforzò di leggere le lettere: Aaron Pryor (che lui pronunciò dentro di sé “Aron Prìor”), Alexis Arguello (che risuonò nella sua testa esattamente come era scritto)… Il primo, poco prima che un signore vestito con la camicia (capì poi che era un arbitro, come quelli del pallone, ma con i pantaloni lunghi e la camicia, però) li chiamasse al centro di quel quadrato con le corde intorno (“il ring”), puntò il pugno verso il secondo indossando un’espressione che il bambino non avrebbe più dimenticato.

Mentre la madre e il padre salutavano la signora Vittoria, l’incontro ebbe inizio.

Il nero, un’autentica furia che sparava quelli che poi il bambino avrebbe imparato a conoscere come “jab sinistri”, inseguiva il bianco baffuto intorno al quadrato, e quello, per nulla intimorito da tanta aggressività, rintuzzava i suoi colpi mulinando entrambe le braccia in una girandola di pugni che a lui sembrarono subito bellissimi. Poi, proprio mentre la madre lo tirava delicatamente per la camicetta nella speranza di farsi ascoltare, il nero esplose una bomba con il braccio destro (che poi seppe chiamarsi “gancio”) che si abbatté sul viso del bianco baffuto buttandolo a terra.

Incredibile! Ma che cosa era successo?

“Mi ascolti? Prometti di fare il buono?” chiedeva stizzita  la genitrice.

Il bimbo non poteva più sentirla. Qualcosa era scattato dentro di lui, ed era totale. Aveva solo sei anni e non sapeva dargli un nome. Ebbe immediatamente la sensazione che quella lotta con i guantoni e i pantaloncini a cui stava assistendo, la “Grande Boxe” come recitava il logo posto nella parte inferiore dello schermo, gli piaceva. Terribilmente. Soprattutto quella del nero con i pantaloncini bianchi. Lo trovava armonico, bravissimo, stupendo da vedere.

Scoprì quella sera stessa, dopo aver assistito indisturbato e indisturbabile a tutto il resto dell’incontro (che “Prìor”, come lo chiamava lui, vinse mettendo per terra definitivamente Arguello al decimo round – così si chiamavano le singole unità di tempo separate l’una dall’altra da un piccolo momento di riposo in cui i pugili sedevano sullo sgabello), che di quello spettacolo meraviglioso, di quella “Grande Boxe”, non si sarebbe mai stancato.

Quel bambino aveva scoperto che cosa significava appassionarsi con tutto sé stesso a uno sport.

Quel bambino si chiamava Domenico Paris.

Quel bambino ero io.

 

Se ne andato, il Falco. A sessant’anni, tutti vissuti. Se ne è andato dopo aver impacchettato i suoi demoni e averli seppelliti negli scantinati più reconditi del cuore. Un muscolo pulsante, il suo. Non semplicemente un organo. Un “affare” che ha lavorato come pochi. Che ha pompato in quei centosessantanove centimetri di insuperabile guerriero ettolitri ed ettolitri di sangue. Che ha spinto in quelle braccia d’acciaio inusitate quantità di energia. Che ha regalato agilità a quelle gambe guizzanti sul quadrato come anguille. Ma che ha anche dovuto resistere a degli attacchi di spartana veeemenza autodistruttiva. Che ha tollerato, oltre alle fatiche causate da una carriera agonistica di grande intensità e dispendio, il sabotaggio sistematico, per lunghi, lunghi anni, indotto da montagne di cocaina.

Un cuore che ha conosciuto la gloria ed è annaspato nella polvere (è proprio il caso di dire!), un cuore che ha saputo guarire e ha trovato la forza di ritornare da dove era partito. Imponendo al suo padrone di raccontare in tutto il mondo non già la parabola del grande fuoriclasse ritiratosi quasi imbattuto e considerato il miglior superleggero nella storia del pugilato, ma la novella dell’uomo ritrovato. Dell’uomo che è andato all’inferno e solo grazie a tutta la sua volontà, a tutto il suo amore è saputo tornare indietro. All’uomo che ha trovato Dio, chiunque questi sia.

 

Con Aaaron Pryor scompare non soltanto un magnifico campione sportivo e il boxeur che più ho amato (almeno tra i “recenti”) nei miei trentatré anni di appassionata passione: in un anno funesto per la noble art, che ci ha già tolto il “Più Grande” Ali, se ne va una pietra miliare della mia formazione tout court.

Dopo il suo secondo, vittorioso match contro l’altrettanto magnifico Alexis Arguello, l’idea che esistesse una pratica di combattimento così incredibilmente affascinante e con degli interpreti di tale levatura, fece scattare in me una sete di sapere, di vedere, che non mi ha più abbandonato. Certo, di atleti del suo valore ne ho visti davvero pochi in questi (oltre) sei lustri, ma la sua epifania mi ha spalancato le porte di un mondo che, nonostante siano decisamente cambiati i tempi rispetto ai favolosi anni Ottanta e Novanta, rimane per me irresistibile.

Non finirò mai di ringraziarlo, il grande Aaron!

Non finirò mai di ringraziarlo per avermi fatto assistere a centinaia e centinaia di match, in televisione, dal vivo e sullo schermo di un computer. Per avermi fatto conoscere alcuni suoi straordinari colleghi di cui ho imparato a conoscere record, caratteristiche e ogni dettaglio biografico. Per avermi spinto allo studio “matto ma non disperatissimo, anzi”, della storia del pugilato, una delle materie che più ho amato e che mi vede, ancora oggi, appassionatissimo discente. Per avermi fatto familiarizzare, prima attraverso centinaia di numeri di “Boxering”, poi attraverso il web, con Carmen Basilio, Stanley Ketchel, Henry “Homicide Hank” Armstrong, Sonny Liston, Panama Al Brown, Jimmy Wilde, Robert Fitzsimmons e tanti altri grandi del passato che sono diventati i miei eroi. Per avermi regalato emozioni indimenticabili in compagnia di Julian Jackson, Ricardo “Finito” Lopez, Humberto “Chiquita” Gonzales, Johnny “Mi vida loca” Tapia, Roy Jones jr, Thomas “Il Cobra” Hearns, Iran Barkley, Naseem “Prince” Hamed, Acelino Freitas e migliaia di altri “generatori” di adrenalina. Per avermi tenuto sveglio la notte, esaltato all’idea di poter assister in differita a qualche grande match americano. Per aver fatto palpitare il mio cuore dopo le vittoriose imprese di (le prime che mi vengono in mente) Stefano Zoff, Gianfranco Rosi, Giovanni Parisi, Giacobbe Fragomeni, Giovanni De Carolis, Patrizio Oliva, Mauro Galvano, Michele Piccirillo, Vincenzo Nardiello, Massimiliano e Alessandro Duran, Antonio Renzo, Giuseppe “Pino” Leto e tanti altri. Per avermi reso triste dopo le sconfitte di Pietro Aurino con Johnny Nelson, di Efrem Calamati contro “The Black Flash” Pat Barrett, di Vincenzo Belcastro contro Robert Quiroga. Per avermi fatto stringere amicizie con persone squisite e grandi maestri del giornalismo come Dario Torromeo. Per avermi fatto imparare a memoria intere pagine de La Grande Boxe di Rino Tommasi, che ho poi “recitato” di fronte a lui, il mio Nume!, facendolo sorridere. Per avermi fatto spendere centinaia di euro in libreria e nelle bancarelle alla ricerca di opere difficili da reperire e bellissime da leggere. Per avermi fatto cominciare la carriera da giornalista su “Mondoboxe.com”, pieno dei timori e delle speranze del caso (gli stessi e le stesse che mi accompagnano dieci anni dopo, tra l’altro). Per avermi ispirato nella stesura del mio primo e finora unico romanzo (naturalmente a lui e ad Arguello dedicato), Il ring è onesto, che è stato facile e piacevolissimo da buttar giù.

Ti saluto con questo ricordo molto personale e molto sentito, grande Aaron, evitando dissertazioni sulla tua carriera e sulla tua bravura tecnica non già per mancanza di voglia, ma per farti capire, dove stai ora tu, quanto sei stato importante nella mia vita.

La terra ti sarà sicuramente lieve, campione.

Rest in peace. E salutami anche Alexis!

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