A quasi trent’anni dalla vittoria olimpica del 1980, Pietro Mennea ha presentato presso l’Istituto Pontificio Pio IX “L’oro di Mosca”, un libro nel quale ripercorre le fasi salienti di quella straordinaria impresa. Nel corso della conferenza, l’ex primatista dei 200 metri si è soffermato sul particolare clima dell’epoca, ricordando il boicottaggio degli Stati Uniti ai Giochi e coinvolgendo nella discussione un drappello di ex atleti che non poterono gareggiare in quanto appartenenti alle forze militari. Alla dine dei lavori, siamo riusciti ad avvicinare lo sprinter di Barletta per qualche domanda.
La cosa che più ricorda della Mosca di allora?
“Il fatto che in una città di circa 8 milioni di abitanti non ci fosse neanche un giovane allo stadio. Pare li avessero trasferiti in enormi colonie sul Mar Nero!”
È lecito sperare di riuscire a trovare un suo erede nell’atletica europea e italiana?
Attualmente, mi sembra molto difficile, anche pensando che, con i miei tempi di allora, sarei andato sempre a medaglia nelle ultime edizioni di mondiali e olimpiadi.
Ha mai pensato di cimentarsi come allenatore dopo il ritiro?
Qualche volta sì, ma fin da subito ho riscontrato che i miei sistemi di lavoro e di allenamento risultavano forse troppo duri e poco graditi. Cosa che mi ha portato subito a desistere dal continuare.
Ricordiamo che il ricavato delle vendite del libro sarà interamente destinato alla ricerca contro il melanoma multiplo.








