“Piccola” Extended version dell’intervista a Zerocalcare uscita sul “Metro” di oggi.
Raccontare una città, Kobane, che, con uno sforzo umano straordinario si è liberata dalla violenza dell’Is ed è tornata a vivere. È quello che ha fatto Zerocalcare nel suo nuovo libro “Da Rebibbia a Kobane” (Bao Publishing).
Ritiene che il fumetto sia congeniale a un argomento simile?
Come mezzo espressivo assolutamente sì, perché attraverso i testi fornisce considerazioni e dati, e con i disegni crea emozioni che possono essere più potenti di una fotografia. Poi, è chiaro, non so se io sia riuscito a ottenere un buon risultato. Me lo auguro!
Durante il suo viaggio ha incontrato il numero due del PKK Cemil Bayik. Che tipo è?
Uno che mette soggezione, perché, oltre ad essere tra i ricercati più famosi al mondo, da oltre 40 anni è impegnato anima e corpo per la libertà del suo popolo.
Come guarda al futuro, oggi, la gente di Kobane?
La prima volta che ero stato sul posto, anche se non proprio nella città, avevo trovato molto sconforto. La seconda volta, invece, ho avuto la sensazione che tutti volessero rimettersi in marcia e con grande entusiasmo.
A tal proposito, crede che la loro “carta dell’autogoverno”, che prevede una sostanziale parità uomo-donna a livello di ruoli istituzionali e civili, funzioni?
Ci si sforza di farla rispettare e funzionare, poi, come è normale, ci sono delle cose da migliorare. Di certo è una traccia civile importante in un contesto del genere.
Crede che in futuro i suoi fumetti assumeranno dei connotati “impegnati” più marcati?
Non saprei, quello che desidero è semplicemente avere la libertà di raccontare ciò che mi interessa.
Quale potrebbero essere, allora, una sfida che le piacerebbe affrontare?
Magari una storia in cui il punto di vista della narrazione non sia quello mio, ma quello di un’altra persona.








