“Io e Iaia (Forte, la coprotagonista, ndr), insieme al regista Valerio Binasco, abbiamo cercato di trovare la giusta misura tra odio e tenerezza che caratterizza il rapporto tra i nostri personaggi, i quali, tra l’altro, sono piuttosto diversi per disposizione d’animo. Il mio, Chiara, nonostante l’infermità di cui è vittima, è molto più positivo, il suo è invece devastato interiormente. Su entrambi, comunque, grava questa figura enorme di un padre che ha segnato la loro esistenza e la cui assenza crea una sorta di tangibile dominio del passato sul presente, mantenendole in qualche modo “incatenate” al suo ricordo.”
Fino all’11 febbraio, Isabella Ferrari è di scena all’Ambra Jovinelli con “Sisters”.
Come definirebbe questo spettacolo?
Lo considero una sorta di graphic novel sul successo e l’insuccesso, con una particolare attenzione ai traumi che intervengono nella vita di una persona. Ogni sera che salgo sul palco, so che dovrò andare molto in fondo a me stessa per riuscire a dare il meglio. È un ruolo che amo molto.
Dopo oltre 35 anni di carriera, si sente più a suo agio nel cinema o su un palco?
Al teatro sono arrivata tardi e lo trovo molto impegnativo a livello fisico (non mi piace particolarmente l’idea di affrontare delle lunghe tournée). Però per un attore credo sia il contesto migliore per accogliere il suo talento, la sua creatività, nonostante talvolta faccia molto paura. Nel cinema, l’importanza del regista è preponderante. Spesso ti senti meno importante, se non usato.
Quali saranno i suoi impegni nel 2018?
A primavera uscirà “In viaggio con Adele”, dove reciterò, tra gli altri, insieme ad Alessandro Haber e poi mi si vedrà in “Euphoria” di Valeria Golino.
Guardandosi indietro, c’è qualcosa che avrebbe voluto assolutamente fare e non ha fatto e, viceversa, ha fatto e non avrebbe assolutamente voluto fare?
Mai avuto tempo di pormi questa domanda, ad essere sinceri. Di base, sono una persona in costante movimento, sempre preoccupata di quello che ancora non ha fatto piuttosto di quello che ha già fatto, perciò sono costantemente proiettata sul presente più che sul passato o sul futuro. Ho sempre avuto una vita molto piena che non mi ha permesso troppe distrazioni.
Data la sua lunga esperienza, cosa consiglierebbe a chi volesse diventare un attore?
Fino a qualche anno fa, avrei proprio sconsigliato di intraprendere questa strada! Oggi, invece, dico che, innanzitutto, non bisogna mai smarrire la propria passione, il proprio istinto. A prescindere dal fatto che certe esperienze possano trasformarsi in un lavoro o meno.
C’è qualche regista di cinema o di teatro con cui le piacerebbe lavorare?
Non ho mai lavorato con Virzì…








