Malcolm Mclaren, l’uomo che inventò la grande truffa del rock’n’roll

La rivoluzione contro un sistema è una battaglia che si combatte innanzitutto dietro le linee. Niente bassa retorica o idealismi da libro; né tantomeno troppa voce in capitolo alla manovalanza armata, ai soldati. È una questione di strategie e di finezza, di calcolo accurato e padronanza delle mosse. Quel che si dice una partita a scacchi, insomma.

Il 1975 e Londra che ribolle in un pericoloso calderone di rabbia; il 1975 e un’incontrollabile deriva sociale; il 1975 e il tasso di disoccupazione alle stelle con lo spettro della povertà che passeggia fischiettando come nei peggiori giorni della Seconda Guerra Mondiale.

Dopo aver trascorso l’infanzia e l’adolescenza in un “altro” mondo sotto la guida di una nonna che è stata, nello stesso tempo, pigmalione e carceriera, tu, Malcolm McLaren, ti sei imbattuto in Vivienne Westwood. Lei è più grande, infinitamente più matura e con un bambino a carico verso il quale non provi alcuna tenerezza. Sei un bambino anche tu, d’altronde, e, dopo la liberazione sessuale del decennio precedente, sembri essere rimasto l’ultimo dei ragazzi a non lasciarsi travolgere dal parossismo fornicatorio che ha assalito un’intera generazione. Finite insieme, proprio quando le tue antenne di agitatore sembrano cominciare a captare nell’aria della città un sovraccarico elettrico e malevolo che deve sicuramente portare a qualcosa. Pur non avendo una preparazione specifica in nulla, senti che è il momento di agire e, soprattutto, di trovare il modo di esprimere quel fremito di inquietudine e provocazione che ti agita dentro da molti anni. La prima mossa è Let It Rock, un negozio che decidete di aprire al 430 di King’s Road. All’inizio sembra soltanto l’ennesima rivendita di abiti strani in grado di crearsi una clientela tardo- hippie o di figli di papà con la voglia di giocare al “tipo strano”. Eppure, nei capi d’abbigliamento che tu e Vivienne riuscite a creare o anche solo a riassemblare da materiale di partenza del tutto innocuo, c’è già il germe di quello che sarà. L’idea di base è chiara, lineare: andare oltre, sfidare l’ordine precostituito. E non si tratta soltanto di t-shirt strappate con qualche spilla infilata o di guardaroba bondage sdoganati dai circuiti pornografici e messi in vetrina. No, l’idea di fondo è quella di colpire l’establishment formale proprio dritto al cuore. E così, forti di un’ideologia che non è un’ideologia, cominciate con gli slogan, i proclami.

L’effetto più immediato è il via vai di giovinastri che si viene a creare davanti alle vostre vetrine. Non soltanto vecchi sporcaccioni e teddy boys d’ultima annata, ma una masnada di ragazzini che arrivano ogni giorno alla ricerca di qualche straccio che possa legittimare le loro pretese di ribellione. A quel punto, fai la seconda mossa. Che altro non è se non spingere il discorso della provocazione un gradino più avanti. E il negozio, da Let It Rock, si trasforma in Sex, un nome fatto a posta per instillare pruderie vetero-vittoriane tra i benpensanti e accalappiare consensi tra le frange più scapestrate.

È ora di darci veramente dentro, ma capisci che con dei semplici vestiti non arriveresti mai al cuore del sistema, a quel “bersaglio grosso” che ogni vero, grande rivoluzionario anela. Che fare? Semplice. Qual è lo specchio attraverso cui i bagliori insidiosi della sovversione hanno cominciato a promanare il lucore più infido e preoccupante? Ma certo, la musica. Il rock’n’roll. E però, dopo gli Stones dei primi tempi, tutto il movimento si è un po’ troppo istituzionalizzato e nessuno sembra averne più paura. Diciamolo: dopo il colpo di testa iniziale, tutto è stato fatto rientrare nei ranghi del solito, controllabile “giovanilismo”. L’Inghilterra è sempre stata così. Una specie di Saturno in grado di rimangiarsi i suoi figli, anche quelli più indigesti. Ma quello che hai mente tu, è dargli in pasto qualcosa che non potrà masticare, digerire. Un boccone avvelenato, di quelli che spaccano lo stomaco.

Anche stavolta non ci vuole granché a fare due più due: cosa succederebbe se, al posto di fascinosi musicisti con le paillettes e una sontuosa abilità sugli strumenti, si buttassero in scena dei perfetti incapaci armati soltanto della propria volontà di distruzione? E così, dopo aver sperimentato qualche trovata in America con i cadaveri delle New York Dolls, decidi che i “nuovi eroi” devi costruirli tu, direttamente a casa tua. Non ci vuole granché. C’è un gruppetto di scapestrati che gironzolano sempre per il negozio, si fanno chiamare Strand. Il loro leader, se così si può definire, è una promessa del taccheggio, tal Steve Jones. Un bel tipo, niente da dire. Peccato che con la chitarra in mano (rubata, ovviamente,) non sia capace di fare granché. Ma tu fai presto a risolvere il problema. Basta affiancargli qualcuno in grado di padroneggiare un basso. Meglio ancora se capace di organizzare la melodia di una canzone. Ed ecco allora un altro ragazzotto, Glen Matlock, uno dei tanti che bazzica dalle parti di Sex. A questo punto, visto che ormai hai capito che l’immagine e l’appeal sono in ogni settore gli elementi che fanno la differenza, non ti rimane che trovare un volto e una voce che diano peso specifico alla ciurma. Fortuna vuole che a King’s Road bazzichi un tipino irlandese tutto timidezza e scontrosità. Che non sappia assolutamente cantare, non ha alcuna importanza. Ha un (anti)fisico di ruolo notevole ed è talmente caustico con il suo prossimo che è impossibile non scritturarlo. John Lydon, si chiama. Ma presto tutti lo conoscono come Johnny Rotten, Johnny “il Marcio”, e, da quello che scrive nei testi delle canzoni, si capisce al volo che di meglio non avresti proprio potuto trovare. L’ultimo tassello del mosaico è un nome che sussuma tutti tuoi intenti commerciali, ideologici e sovversivi in un marchio di fabbrica inequivocabile. Non ci vuole molto a scovarlo. Sex Pistols. “Sex” come il negozio, “Pistols” per incoraggiare ancor di più l’allusione al proibito e all’oltraggio.

Qualche mese per rodarli e nel 1976 li lanci in pista. Che l’idea sia stata geniale, te lo dimostrano subito le reazioni del pubblico. A nessuno importa che questo quartetto (completato alla batteria dall’amico di Jones, Paul Cook) sappia o non sappia attaccare e finire insieme una canzone. La violenza e l’irriverenza che sono in grado di creare sui palchi inglesi di seconda e terza categoria, sono talmente incontrollabili da generare un passaparola formidabile. In men che non si dica è nata una nuova scena. A comporla, perlomeno nello zoccolo duro, sono una serie di disadattati e di schegge impazzite. Non solo gente che si veste stranamente, come all’inizio si vorrebbe sperare, ma veri e propri rinnegatori di tutto che hanno bisogno di un nuovo contenitore dimensionale in cui potersi identificare. La parola per definirlo esiste già, punk. È  qualcosa metà tra la spazzatura e l’ultimo della classe. E Punk sia, allora. Fatto il gruppo, fatta la scena, viene la parte più delicata: come lanciarli nei circuiti che contano e far nascere il “fenomeno” per davvero? Basta vedere le cose in grande. Essere lungimiranti va bene, ma bisogna essere anche terribilmente efficaci nell’immediato. E questo significa non perdere mai l’occasione per far parlare di sé. Anche e soprattutto quando se ne parla male. Perché, come hai fatto presto a capire, negli ambienti dei media è il concetto di presenza continua, di resistenza al flusso usurante delle notizie quotidiane, l’unico modo per testare un prodotto che vale, che può durare. E poi, se sei davvero in grado di creare uno scandalo dopo l’altro (sia esso genuino o artefatto), i falchi dell’informazione non si faranno certo attendere: una dozzina di concerti, infatti, e cominciano gli articoli sui giornali che contano, i titoloni e i giornalisti sempre sotto il palco.

Il passo successivo è quello più importante: fare sì che la portata dello scandalo determini non solo a una blanda propensione alla censura, ma alimenti qualcosa di ben più solido e negativo, qualcosa che faccia rivoltare l’orgoglio di un intero paese. È l’odio, l’odio quello che ci vuole! Nella tua mente di manipolatore ormai scafato, sai che a questo punto bisogna mollare ogni freno e che, non solo devi buttare questa manica di debosciati nella fossa dei leoni, ma devi pure ricoprirli di sangue affinché l’istinto predatorio dell’intero sistema non possa in alcun modo far finta di niente. Certo, questo vuol dire pericoli fisici e psicologici per i quattro Sex Pistols; certo, questo vuol dire saperli imbrogliare e rimbeccare quando, per i loro rischi e sacrifici quotidiani, vorrebbero qualche sterlina di più; e certo, questo vuol dire innescare un clima di tensione nel loro già fragile equilibrio interno che può determinare da un giorno all’altro una qualche esplosione. Rischi del mestiere, inconvenienti della rivoluzione. Che farci? Può capitare, nell’assalto alla roccaforte del buongusto e della sobrietà, di lasciarsi dietro qualche cadavere, di perdere qualche pezzo. L’importante è che l’ariete sfondi il portone d’accesso e l’orda conquistatrice si riversi a far bottino. A farne le spese non può non essere chi è più debole e chi, scioccamente, ha pensato ai Sex Pistols come ad un semplice gruppo rock in cui suonare. Matlock fa le valigie e al suo posto arriva un ragazzino che sicuramente avrà una idea assai vaga di come si debbano trattare le quattro corde, ma che, in compenso, incarna ogni secondo della sua vita quei versi che vi hanno resi famosi: I don’t know what I want, but I know how to get it/ I wanna destroy, possibly? Il suo nome è Simon, ma tutti quelli del giro lo chiamano Sid, Sid Vicious. Non ha ancora venti anni, ma, nella logica del caos e dell’iconoclastia che hai messo in moto, non potrebbe non definirsi un predestinato.

Da questo momento in poi, l’avventura ha un’accelerazione paurosa e ogni singolo concerto diventa un evento, un pezzo della leggenda che si va componendo. E, sì, comincia anche ad essere ora di passare alla cassa e riscuotere. Dopo aver  spillato una montagna di sterline alla Emi, è la volta della A&M, costretta a staccare un assegno di quelli importanti per estromettervi dalla loro scuderia di band “pettinate”. Ai Sex Pistols, vanno poco più delle briciole, mentre il resto del malloppo lo versi nei forzieri secretati della Glitterbest e della Matrixbest, società di controllo finanziario del gruppo, se così si possono definire. Hai già pronta la mossa successiva, naturalmente. Quella che deve portare all’ultimo, definitivo salto di qualità. Non è come si potrebbe pensare l’album intero, che comunque arriverà grazie all’incoscienza della Virgin qualche tempo dopo, ma qualcosa di molto più grande e, nella tua immaginazione, celebrativo (sacrale quasi). Un film, il tuo film. Perché se c’è un vero artefice di tutto il successo del gruppo, quello sei solo e soltanto tu. Decidi di chiamarlo The Great Rock’n’Roll Swindle, la Grande Truffa del Rock’n Roll. Come a ribadire a qualche povero scemo che non l’ha capito, che tutto quello che sta succedendo è il risultato della tua geniale, assurda macchinazione.

Il problema è che il progetto è una macchina mangia soldi: tra preventivi, ritardi e incomprensioni varie non si riesce mai a venirne a capo. E nel frattempo nessun locale d’Inghilterra sembra più voler (o poter) ospitare un concerto dei Sex Pistols. Non si tratta del semplice ostracismo degli inizi, ormai siamo alla vera e propria caccia all’uomo. Tutti i componenti del gruppo hanno già subito aggressioni e accoltellamenti e hanno paura anche solo a mettere il naso fuori dalle loro catapecchie. La situazione è definitivamente compromessa, insostenibile. Capisci che non potranno reggere ancora molto e che per completare il tuo disegno diabolico c’è bisogno, oltre che di altri contanti, di una terra promessa nella quale poter seminare gli ultimi e più preziosi germogli. E quale miglior approdo se non l’America, dove, a furia di scandali e titoli di giornali, siete già famosi?

In poco tempo allestisci una tournée che dovrebbe risuscitare il morale del gruppo e riportare nelle casse un bel pacco di contanti. Poi, una volta rimessa in sesto la baracca, si potrà pensare a un eventuale futuro della band.

È forse l’unica volta che sbagli a fare un conto, una previsione. Ed è forse la prima volta che ti rendi davvero conto del grado di disumanizzazione al quale sei arrivato. Il fatto di non essere mai stato un manager, di non aver mai protetto i Sex Pistols quando un intero paese voleva sbranarli, alla fine ti si rivolta contro. Il gruppo, come entità, è già bello che finito prima di partire, con le due fazioni Jones-Cook da un lato e quella Rotten da un altro, ma soprattutto con un Sid Vicious non più in grado di badare a se stesso nel quotidiano vortice di droga, eccessi e follia. Per un pelo si riesce ad arrivare allo show del 14 gennaio 1978, al Winterland di San Francisco. Di fronte alla folla, prende vita uno spettacolo che non è semplicemente scadente nei contenuti sonori e spettacolari, ma è una inequivocabile, terrificante esibizione di persone che hanno calcato troppo il segno e non sono più capaci di andare avanti.

Già il giorno dopo i Sex Pistols non esistono più, ma quel che è peggio è che si innesca un meccanismo ad orologeria di ripicche e intolleranza che vede al centro della contesa te e Rotten. L’irlandese è un tipo tosto, sveglio. Non riesci a comprarlo per un tozzo di pane e promesse di gloria come fai con gli altri. Lui sa che in questi scarsi tre anni di attività avete tirato su una montagna di soldi e che nelle sue tasche è andato a finire meno delle briciole. Serve a poco estrometterlo dai giochi e immaginare di poter continuare a rinnovare la formula mettendo alla voce un ladruncolo espatriato in Brasile, come provi a fare con Ronnie Biggs. Magari si potrebbe provare con Sid Vicious come frontman, ma l’illusione dura poco, visto che meno di un anno dopo è già morto e sepolto dopo l’ennesima overdose. I Sex Pistols sono finiti, rimane solo la lotta intestina. Come nelle vere rivoluzioni, d’altronde, quando, cacciato il tiranno, cominciano le faide che portano all’assetto di potere definitivo.

Ci vogliono un sacco di anni, ma alla fine perdi. Nel 1986 il patrimonio amministrato dal fiduciario legale passa nelle mani del gruppo. Sono un sacco di sterline tra contanti e società (quasi un milione), più tutti i soldi di diritti d’autore vari che verranno. Una fortuna immensa che ti scivola dalle mani, come i sogni di rinverdire la gloria passata. Ti resta poco: un nome da spendere dove hai ancora un po’ di credibilità, un talento situazionista che ti permette di andare avanti in una serie di iniziative di secondo piano (anche musicali e addirittura in prima persona, come si può ascoltare in Kill Bill) e l’autocelebrazione senza limiti di The Great Rock’n’Roll Swindle, che, dopo mille altre peripezie, riesci a mandare sui grandi schermi nel 1980.

Il mito, intanto, si è definitivamente consegnato alla storia e quel manipolo di scalzacani che avevi messo insieme si è preso tutta la ribalta. La tua ribalta. Per quanto tu possa obiettare e cercare di smentire, il Punk sono loro. Loro i creatori, loro gli artefici, loro i regolatori. A te non rimane che una vaga (e spesso infangante) fama di “gran macchinatore”. Un po’ troppo poco per chi  aveva intenzione di capovolgere il mondo e prendersi tutti i meriti della rivoluzione, non trovi? Ma la storia, si sa, la fa solo chi vince. E per quanto tu abbia avuto un ruolo fondamentale, non resta che tornarsene dietro le quinte e cedere il passo. Magari con stile, più verosimilmente con rancore. Aspettando che l’ultima luce si spenga e almeno qualcuno si ricordi chi sei stato.

Un anno dopo l’altro la luce si riduce. Fino a rimanere una fiammella. Poi, nell’aprile del 2011, un ultimo soffio del destino la spegne.

E nell’aria, come in seguito alle grandi battaglie, alle grandi battaglie rivoluzionarie, resta solo una sottile scia di fumo.

 

 

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