Massimo Dapporto porta a teatro “Un borghese piccolo piccolo”

Dal 17 ottobre fino al 5 novembre, arriva per la prima volta a teatro, all’Eliseo, “Un borghese piccolo piccolo” diretto da Fabrizio Coniglio. Ne abbiamo parlato con il protagonista, Massimo Dapporto.

Come mai la scelta di rimanere più aderenti al romanzo di Cerami che al film di Monicelli?

Pur avendo avuto degli ottimi sceneggiatori, nella pellicola mancano alcuni tratti essenziali del protagonista. ad esempio non vengono evidenziati alcuni segnali sulla sua futura natura di assassino che, invece, nel libro sono ben presenti e che anche nello spettacolo abbiamo provato ad intercettare.

È stato difficile diventare Giovanni Vivaldi sulla scena?

Non particolarmente, perché io ho vissuto negli anni Settanta e ricordo bene il quadro storico e umano dell’epoca. Certo, c’è voluto molto studio, ho cercato di scoprire delle affinità che poteva avere con me, visto che è un personaggio in grado di provocarmi emozioni forti. Mi ha costretto a scavare molto dentro, a chiedermi cosa avrei fatto se mi fossi trovato al suo posto. E non è stato facile darmi una risposta, anche perché è difficile prendere una posizione nei confronti della sua giustizia fai da te rispetto a una giustizia, per così dire, assoluta; ti ritrovi invischiato in grandi interrogativi, in grandi dilemmi morali. Ecco, credo che questi contrasti interiori molto forti siano piuttosto palesi in scena e credo abbiano determinato il grande successo che lo spettacolo ha avuto nelle sue prime rappresentazioni.

L’interpretazione di Alberto Sordi è stato un modello per lei?

No, pur riconoscendone la straordinaria maestria, direi di no. Ho costruito  la parte da me, fin dalla scelta del vestito. Ogni attore è un’impronta digitale diversa, quindi…

È stato difficile bilanciare la duplice natura tragica e comica della storia?

Non ho calcato la mano su nessuna delle due, perché credo che quando si recita sia necessario trovare una chiave di lettura improntata quanto più possibile all’equilibrio.

La sconfitta esistenziale e dell’intera società raccontate nel “Borghese piccolo piccolo” sono ancora tristemente attuali. Esiste secondo lei un modo per cambiare le cose?

Devo essere sincero? Non credo. Bisognerebbe bombardare il dna degli italiani e ricostruirlo ex novo. Certi modi di fare, di pensare, temo non potranno mai essere anche solo scalfiti. Sono parte integrante della nostra “cultura”, purtroppo.

Che ruolo occupa questo spettacolo nella sua ormai lunga carriera?

Credo sia corretto affermare che ogni lavoro lascia in noi attori qualcosa di sé. Ma è anche corretto riconoscere che alcuni ci danno qualcosa di più. Questo è uno di quelli, credo sinceramente che si piazzi sul podio all times.

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