Michele La Ginestra e il mestiere del comico intelligente

È divertente fare un one man show come questo perché mi dà la possibilità di mettere in scena più personaggi e di giocare con il teatro senza annoiare il pubblico. Con un monologo si rischia sempre qualche caduta di intensità, invece con questa formula “plurale”, che anche la critica mi sembra abbia apprezzato, è tutto più dinamico.”

Con queste parole Michele La Ginestra ha voluto presentare il suo spettacolo “M’accompagno da me”, al Sistina fino al 21 maggio.

Il mondo in cui viviamo è davvero come la cella di carcere in cui ha trasformato il palcoscenico?

No, quello è solo un escamotage per parlare di un’umanità che sembriamo rifiutare, ma che invece fa parte della nostra vita. E poi mi permette di far parlare tanti soggetti strani che creano situazioni eccessive e, quindi, divertenti. Mi aiuta molto anche la presenza dei cantanti e della band in scena.

Temi forti e grande ironia: quant’è difficile bilanciarli?

Per me non lo è, perché questo tipo di mix ha sempre fatto parte della mia cifra stilistica. Io credo che la missione più importante del teatro sia quella di raccontare la vita. Se ci riesci e per di più fai ridere, oltre che riflettere, hai fatto centro. Mi piacerebbe sapere sempre che, uscendo dalla sala, chi mi è venuto a vedere abbia voglia di discutere, di confrontarsi, di crescere. Ogni attore dovrebbe avere questo come primo obiettivo, secondo me.

È importante la partecipazione del pubblico per la riuscita dello spettacolo?

Sì, l’interazione con la gente è molto significativa. Però è anche vero che, al contrario di certi miei colleghi, non amo perdere il filo del discorso per strappare una risata a tutti i costi. Non bisogna uscire dai personaggi o dalla storia per cercare il colpo ad effetto, altrimenti si rischia di smarrire la dimensione della “quarta parete” che è e rimarrà sempre la caratteristica più importante e l’origine della magia di uno spettacolo teatrale. Purtroppo, mi trovo spesso a constatare che diversi miei colleghi non sembrano rendersi conto di questa necessità, quando vogliono far ridere.

Quindi ha concepito questo lavoro come un’opera chiusa, giusto?

Completamente chiusa, magari no. Un margine per poterla in qualche modo arricchire e/o rinnovare ad ogni replica, credo che ci debba essere. Però è anche vero che l’ho strutturata partendo da una scaletta ben precisa e che mi ha già dimostrato come, attenendomi al suo ordine e ai suoi tempi, riesco a raggiungere i risultati e soprattutto la progressione di intensità spettacolare che mi ero prefisso. Dunque, perché cambiare? Tra l’altro, molti lavorano in questo modo. Mi viene in mente la perfezione di “A me gli occhi” di Gigi Proietti: ecco, quello penso che sia un esempio perfetto della funzionalità di una scaletta ben ponderata.

Qual è, se c’è, un modello per “M’accompagno da me”?

Io amo la commedia degli anni ’70 e spesso sono stato considerato uno degli eredi del su citato Proietti, ma in realtà il mio preferito da sempre è Nino Manfredi, per la sua capacità di passare dalla comicità alla drammaticità in un batter di ciglia. Come anche apprezzo tantissimo, per le stesse ragioni, il grande Aldo Fabrizi. In ogni caso, noi attori romani veniamo spesso accostati ai grandi del passato, è una cosa con la quale credo tanti abbiano dovuto fare i conti, quando si cerca una propria strada.

 

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