“Il Don Chisciotte è un libro contro la claustrofobia sociale, nel quale il protagonista cerca di non rimanere impigliato all’interno delle maglie di uno schema esistenziale preordinato. Ed è proprio questo a renderlo, dopo oltre quattro secoli, così attuale. L’idea di fuga, di opposizione al potere, al “costume” imposto dal potere, soprattutto. Questo induce anche un altro tipo di riflessione: è abbastanza singolare come, molto spesso, l’autore più importante di un Paese, attraverso il suo, i suoi capolavori riesca ad incarnare l’esatto opposto di quelle caratteristiche che, per convenzione, siamo abituati ad attribuire ad un popolo. Vale per Cervantes nella Spagna ultracattolica e bacchettona dei suoi tempi, per Shakespeare nell’Inghilterra tutta rigore e formalismo, e anche per noi italiani. La Divina Commedia non sembra forse estremamente distante dall’idea di solarità che si è soliti riconoscere come nostro tratto distintivo? Ecco, penso che questo incarnare gli opposti che la grande letteratura fa, sia una cosa molto interessante. ”
Con queste parole Ruggero Cappuccio motiva la scelta del celebre romanzo di Cervantes come ispirazione del suo spettacolo, “Circus Don Chisciotte”, all’Eliseo fino al 22.
Chi è il suo protagonista?
Un uomo che nel suo piccolo cerca di innescare una rivoluzione di senso. Un po’ quello che fanno alcuni medici nelle aree di guerra, o i preti impegnati in quartieri problematici delle grandi città. Il suo macro-modello potrebbe essere Papa Francesco, per certi versi. In ogni caso, è necessario considerare che ognuno di noi, nel corso della propria vita, crea un proprio perimetro etico, all’interno del quale può decidere di non accettare o di cambiare le storture che vede. Non mi fido molto dei grandi sommovimenti di massa, perché sono oggetto di strumentalizzazioni costanti che vanno spesso ad inficiarne l’attendibilità e il valore. In Italia, poi, c’è un problema ulteriore: siamo troppo presi dal desiderio, dall’idea di potere. Potere come possibilità di abuso e di sopruso, naturalmente. Da noi manca una cultura condivisa del “no”, del sottrarsi di fronte a certe situazioni che appaiono già in partenza confuse ed equivoche. Ecco, la grande battaglia è proprio combattere questo atteggiamento. Il mio Don Chisciotte è un insegnante, ma soprattutto un “redentore di anime” che vorrebbe innescare una rivoluzione coinvolgendo quattro grandi scrittori, Roth, Sepulveda, Oz e Pennac, la cui forza di persuasione nei confronti dei loro milioni di lettori potrebbe rappresentare un primo passo nella edificazione di valori diversi, di un mondo più giusto.
Esiste un modello reale dal quale è partito per modellare il suo eroe e il suo Sancho Panza o sono da considerare solo personaggi di fantasia?
No, da un modello reale, da un uomo fantastico, Gerardo Marotta, che nel corso della sua esistenza si è progressivamente spogliato dei propri beni per mettere a disposizione delle persone centinaia di migliaia di libri attraverso la fondazione dell’”Istituto Italiano per gli Studi Filosofici” e tante altre iniziative dallo spiccato interesse sociale. Ha consacrato la sua esistenza alla diffusione del valore della parola. Quale miglior Don Chisciotte?
Per quanto riguarda il suo fedele scudiero, interpretato da Giovanni Esposito, l’idea è quella di presentare al pubblico un personaggio puro, figlio di rituali antropologici e di un modo di ragionare risalenti all’Ottocento napoletano. Non sa leggere ed è proprio questa sua anacronistica ignoranza a salvarlo, a conservare la sua meravigliosa essenza di uomo fuori dal tempo e fuori dalle brutture del mondo.
L’ambientazione delle vicende nella sua Napoli è stata solo dettata dal cuore?
No, la mia città è uno scenario perfetto non soltanto per le sue contraddizioni inestinguibili, ma anche per il fatto che i suoi pregi e i suoi difetti sono i rovesci di una stessa medaglia. Napoli è una città ammalata di quella che io definisco una sindrome logo-lamentazionale: dà sempre la colpa dei suoi guai a tutto, non importa se si tratta degli Aragonesi, del Vesuvio, della peste o della Banco del Mezzogiorno. Ma è anche una città che ha una sua identità irriducibile, che non riesce ad essere scalfita fino in fondo neanche dalla globalizzazione. Pasolini la definiva “l’ultima tribù d’Europa”, perché ha sempre saputo mantenere dei suoi tratti inconfondibili. È una città interessante, potente e pericolosa. Anche per noi uomini di teatro, che ci troviamo costantemente a dover fronteggiare una tradizione di scena che nessun altro posto al mondo probabilmente ha e che, con i suoi tanti patriarchi, rischia di sopraffarti.
Quali sono i mulini a vento della nostra società, secondo lei?
Gli apparati tecnologici che stanno letteralmente drogando gli esseri umani, spogliandoli della loro essenza, della loro presenza a se stessi. Questo è un mondo che non vuole più uomini e cittadini, ma consumatori e “deportati a domicilio”, non più in grado di partecipare alla vita di tutti i giorni con una propria interiorità, con un proprio senso del rito sociale. I Nazisti portavano le persone nei campi di concentramento, mentre tutte le varie diavolerie che ci circondano oggi danno origine ad un altro, più subdolo tipo di confine, quello delle mura domestiche, all’interno del quale l’uomo è prigioniero, spogliato della sua vera interiorità e della sua capacità di essere davvero attento a quello che succede nella vita reale. Naturalmente in questo tipo nuovo tipo di soggiogazione ha forti responsabilità anche lo stato, che permette degli scempi, delle aberrazioni contro le quali dovrebbe invece difenderci: pensiamo, ad esempio, al fatto che, di fronte a strumenti potenti come il computer o la rete, non è stato in grado di creare un apparato legislativo e funzionale che impedisca ai minori l’accesso indiscriminato e non consapevole a certi contenuti dannosi. Eppure, sarebbe una cosa facile, se uno ci pensa: abbiamo milioni di codici da digitare tutti i giorni, basterebbe che per accedere a certe categorie di siti e di informazioni, si rendesse obbligatorio introdurne uno. Ma pensiamo anche all’incentivazione più o meno esplicita al gioco d’azzardo. Ormai si scommette su tutto, tutti i giorni. Si creano delle dipendenze sempre più massicce, quando invece il compito di uno stato dovrebbe essere ovviamente quello di scoraggiarle e combatterle. È paradossale e inaccettabile.
Che ne pensa della famosa “maledizione del Don Chisciotte”, del fatto che grandi registi come Orson Welles o Terry Gilliam non siano mai riusciti a portare a termine le loro versione?
Beh, innanzitutto sono contento di essere riuscito a portare a termine il mio (ride, ndr)! In effetti questo libro sembra essere ammantato da una qualche aura negativa, da una sua personalissima forma di irriducibilità. Uhm, forse è meglio non esprimermi (ride di nuovo, ndr)!








