Ce lo vedreste oggi, a sessant’anni esatti esatti, in questa Italietta post 2.0?
Ce lo vedreste, lui che era abituato a giganti piccolini solo su carta come il suo indimenticabile Pertini, a disegnare quei quattro gaglioffetti che gigioneggiano sulla scena politica nostrana (e verrebbe da dire, proprio come fa il suo pupazzetto in un’avventura di Pertini: “In che brutto posto sono capitato!”)?
Ma sì, forse sì. Forse nel 2016 Andrea Pazienza sarebbe stato un simpatico ragazzo dai capelli non ancora tutti canuti e l’espressione perennemente sorniona stampata in faccia. Ci piace immaginarlo così, magari mentre sfugge dalle grinfie di un qualche televisionaro che cerca di acchiapparlo per celebrarne didascalicamente il passato. Corre veloce, sicuro, col passo corsaro e impertinente con cui il suo eroe malandrino, Massimo Zanardi, ci ha deliziato in tante avventure. Ci piace pensare che sarebbe vissuto ancora lì, nel buen retiro campagnolo di Montepulciano, lontano dalle grinfie della città che, poco prima di scappare, lo aveva ormai ridotto a un mezzo prigioniero. E ci piace, soprattutto, immaginarlo moderatamente felice, se non proprio pacificato, mentre rinchiuso in una stanza e lontano dai rumori, fa saltar fuori dalla sua prodigiosa e inimitabile matita un nuovo personaggio, una nuova storia. Chissà, magari negli anni Novanta avrebbe deciso di dedicarsi più intensamente alla pittura, come forse avrebbe voluto papà Enrico, valente acquerellista. O magari per raggranellare un po’ di “dindi” , come li chiamava l’altro suo (anti)eroe Colasanti, si sarebbe concesso qualche sortita in più nel mondo del cinema, del teatro o della musica. Ovvero, sarebbe rimasto nell’amato fumetto, inventandosi un’altra rivoluzione espressiva dopo quella con la quale ne cambiò la storia all’inizio degli anni Ottanta. Quel che è certo è che, qualsiasi scelta avesse fatto, ci saremmo ritrovati di fronte a un distillato di puro genio di fronte al quale rimanere a bocca aperta. Mentre lui, sicuro!, ci avrebbe scherzato un po’ su, col suo controllato istrionismo di provinciale scafato che la polveriera bolognese non era riuscito ad intaccare. Perché la provincia è cuore, amore, ma anche spalle larghe. Che a lui non mancavano né dentro né fuor di metafora.
Era un coraggioso un po’ incosciente Andrea Pazienza, che nella vita difficilmente faceva qualche passo indietro se c’era qualcosa a fargli saltare la mosca al naso. Contrariamente al suo “pessimo” Zanardi, difendeva i deboli e non era un imbroglione (come racconta nel suo bellissimo “Vita da Paz” Franco Giubilei). In un periodo storico in cui la vanteria ideologizzata era una sorta di regola nei circoli alternativi che contavano sotto le Due Torri e in Italia, lui aveva mantenuto un profilo defilato, delicato, con una vita fatta ancora di piccole, fondamentali cose da non derubricare per l’affastellarsi di “improrogabili impegni”: c’erano sempre gli amici e coinquilini con i quali farsi quattro risate e una birretta (anche quando il suo nome era già bello famoso), il kendo per tenersi in forma e lo scherzo come ragione della vita di tutti i giorni. Scherzo nel quale il Paz era un maestro fin dall’adolescenza, come dimostrano ancora oggi le strisce dedicate al suo professore e amico Sandro Visca, che durante la permanenza pescarese del nostro fu, contemporaneamente, vittima e compagno affettuoso. Quei disegni che denotano già l’eccezionalità del tratto e dell’invettiva tanto narrativa quanto espressiva sono innanzitutto capolavori di esuberanza e brio, che ci restituiscono il ritratto di un ragazzo pieno di sé, nel senso di pieno del sacro fuoco vitale che si portava dentro. Un fuoco vitale che seppe onorare comunque e dovunque nella sua parabola, anche quando le spire dell’eroina e della self destruction lo cominciarono a ghermire in modo sempre più pressante. Del maudit “classico”Pazienza comunicava poco come persona. Era sicuramente più bravo a trascinare il malessere in punta di pennarello e tra i quadretti, come dimostra il suo capolavoro Pompeo, dove l’orrore autobiografico della tossicodipendenza trova comunque un suo riscatto, se non una piena redenzione. Nelle potenti pagine in bianco e nero di questo fumetto in cui la perizia grafica, narrativa e lirica di Pazienza raggiunge un acme riservato soltanto a poche opere (tout court) in grado di segnare un’epoca, l’omonimo protagonista affronta il suo nero viaggio di non ritorno con la consapevolezza sì di un approdo esiziale, ma senza “svuotarsi” dentro, rispettando cioè la sua scintilla interiore, quella che lo fa dannare, quella che lo attanaglia feroce durante le crisi d’astinenza e di coscienza. La fine, così come la fine di Pazienza, appare più come un rifiuto a tradire la vera essenza di se stessi, che un “mollare” dentro.
E questo, se naturalmente non può che aumentare il rimpianto per il fatto di non averlo più con noi da ormai ventotto anni, mantiene intatta tutta la sua statura morale, di ragazzo e d’artista, di uomo e di creatore. In una parola, suscita tutto il rispetto di questo mondo, oltre che l’affetto del semplice ammiratore.
Dunque, buon compleanno comunque, Apaz. Magari tu lo starai festeggiando in qualche appartamentino nella periferia del paradiso baloccandoti con qualche altra sturiellet. Ciao ciao.









